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4/11/2013

Il punto di Giovanna Bonu, del comitato “No al Termodinamico”

Forse dovremmo dire grazie alla EnergogeenPower. Grazie a lei e a decine di altre società, scatole cinesi in mano a grosse multinazionali, che hanno pensato che la Sardegna fosse il luogo adatto a far quintuplicare i loro miliardi. Se non fosse per la tragicità della situazione potremmo sostenere che la  caccia al suolo sembrerebbe avere risvegliato nei sardi la consapevolezza di trovarsi ad abitare un luogo non solo bellissimo e ricco di storia, ma anche fondamentale alla propria sopravvivenza o comunque utile per un progetto di vita. Nel momento in cui si prospetta la possibilità di non godere più di quella ricchezza, ogni giorno sotto i loro occhi ma guardata distrattamente, in molti dei nostri centri la popolazione si risveglia e decide che non solo dovrà rimanere tutto così com’è, ma tutto dovrà tornare a vivere e germogliare.
Succede a Cossoine, dove la società Energogreen (controllata da Fintel energia group), vorrebbe realizzare un mega impianto solare termodinamico su 160 ettari di terreno per l’installazione di 30 mw di potenza, una quantità enorme di specchi collettori parabolici lineari, posti a oltre 5 metri d’altezza, che dovrebbero focalizzarne la radiazione solare. I 160 ettari sono quelli della Piana di su Padru Campu Gievesu, sotto Monte Traessu, una fertile distesa che ha sempre dato ottimo grano. L’impatto sul territorio sarebbe fortissimo sia a livello visivo, con una struttura fatta di acciaio e specchi che ricoprirebbe l’intera piana, sia per quanto riguarda l’equilibrio ambientale. E’ prevista inoltre la realizzazione di una centrale a biomasse per permettere ai sali che scorrono nelle serpentine degli specchi di tenete una temperatura costante, e  di un bacino idrico di circa tre ettari d’estensione ma di profondità non specificata. Bacino che assorbirebbe l’acqua che serve l’intero paese. Fra le molte criticità rilevate dal Savi (servizio ambiente e valutazione impatti) ci sono  l’alterazione della morfologia naturale dei luoghi, il notevole impatto di natura paesaggistica, impatti sulle componenti delle acque superficiali e sotterranee dovuti ai notevoli consumi di risorsa idrica; impatti sull’ atmosfera, con possibili ripercussioni sulla salute pubblica, un consistente consumo di suolo agrario, sottrazione di habitat alla vegetazione naturale. Ma il Savi evidenzia anche un’atra cosa molto importante. Si tiene conto anche “delle forti preoccupazioni espresse a livello sociale”. Forse è la prima volta che in un documento di questo tipo viene citata la forte contrarieta’ degli abitanti. ll comitato per il no al termodinamico composto da numerosi abitanti di Cossoine si e’ costituito immediatamente. Un comitato che non ha creduto all’inganno e che da subito si è impegnato a capire, con un minuzioso studio tecnico il  progetto,   organizzato una la lotta decisa nel territorio con l’acquisizione di competenze che hanno subito smontato le “promesse” delle società. Un referendum, a cui ha partecipato tutto il paese, ha registrato il 90% di no. Nel dicembre scorso la regione ha assoggettato il progetto a valutazione di impatto ambientale. Nei giorno scorsi il comitato ha messo in atto un’azione dimostrativa arando un pezzo di terreno. Questo non deve far pensare che la piana fosse  inattiva in questi anni, come ha cercato di dimostrare la Energogreen alla Regione. Era dedicata prevalentemente alla produzione di foraggio, uno dei migliori qualitativamente, e a pascolo. Quella prima performance “situazionista” ha convinto molti altri proprietari a rimettere a coltura cerealicola altri ettari, ed ora dall’alto sembra di stare di fronte ad una enorme scacchiera verde e nera. I volontari del comitato si sono resi disponibili a collaborare alla recinzione dei terreni, altri offrono i loro mezzi per l’aratura ed erpicatura gratuita di tutti coloro che volessero partecipare a questa fantastica organizzazione collettiva e solidale dell’uso della terra. La lotta è ancora dura però, e questo scenario potrebbe mutare per sempre segnato da un impianto industriale che porterà alla sparizione di ecosistemi millenari. E’ preoccupante la notizia che la società sia decisa a chiedere il trasferimento delle competenze dalla Regione allo Stato. Ciò favorirebbe un allontanamento dei territori dai centri decisionali.
La mobilitazione dal basso delle comunità sta diventando fondamentale per la nostra isola.  Per porre freno al saccheggio di vaste estensioni di suoli caratterizzati, come in questo caso, da produzioni di primaria importanza per la funzione agricola, che sarebbero irrimediabilmente compromesse. Sono quotidiane le notizie che riguardano la progettazione e l’accettazione, di mega centrali di questo tipo, spacciate come modello di sviluppo alternativo. Dopo Cossoine-Giave e  Villasor, la Energo Green Renewables ha depositato lo Studio di Impatto Ambientale per un progetto di impianto solare termodinamico da 50 Mwe su 211 ettari di area agricola nei comuni di Gonnosfanadiga e Guspini. Ma c’è un cambiamento in atto. La forte partecipazione dei cittadini fa pensare che ci si voglia finalmente  riappropriare  della  gestione della cosa pubblica. Si sta capendo quanto intrecciate siano le questioni che riguardano lo sviluppo, l’ambiente in cui viviamo, il livello di partecipazione  di cui abbiamo bisogno e la relazione con i beni naturali, la salvaguardia degli ecosistemi e dei servizi ambientali che consentono all’uomo di riprodurre il loro modello di civiltà. L’assalto delle  multinazionali, lobbies imprenditoriali, le conosciamo bene: ottenuti i finanziamenti scappano lasciando sui territori migliaia di disoccupati ed ettari di macerie industriali  e di veleni. Ma prima erano  sicure di vincere la resistenza delle popolazioni con il miraggio di nuovi posti di lavoro. Ora trovano spesso argini molto forti.
Le  ribellione dal delle comunità  però non basta serve l’intervento politico,  per redigere un piano energetico che stabilisca quanta energia complessiva realmente serve per il fabbisogno industriale e individuale dell’isola e di quale tipo. Sappiamo che  fronte di un fabbisogno regionale di 1.400 mw se ne producono, invece, 3.250, sacrificando migliaia di ettari di terra che andrebbero invece lasciati all’agricoltura. Ricordiamo l’atrocità per cui la  Sardegna, nonostante le centinaia di migliaia di ettari di terra per lo più incolte, arriva ad importare circa l’80% del suo fabbisogno alimentare. Il progetto di transizione deve riguardare il consumo del nostro territorio. Negli ultimi 10 anni abbiamo ridotto la produzione del grano duro del 50 percento. Non siamo più in grado di assicurarci nemmeno il nostro pane. Se vogliamo cambiare  modello di sviluppo bisogna capire cosa incentivare. Le comunità devono  tornare ad essere sovrane,  perché, come dice Giuseppe de Marzo nel suo bellissimo e fondamentale libro Anatomia di una rivoluzione “la giustizia sociale è anche e soprattutto giustizia ambientale, la distruzione ecologica colpisce maggiormente i piu’ poveri, sia in termini globali che locali”.  Questo è razzismo ambientale, è ricatto economico. Il razzismo ambientale consente  la negazione dei diritti delle comunita’ piu’ deboli, come viene  percepita quella sarda, dove è stato possibile impiantare modelli antitetici alla propria vocazione, come Porto Porres, La Saras, Quirra. E’ negazione della protezione ambientale e di opportunità economiche per la comunita’ e i soggetti colpiti. “Il razzismo ambientale è quello che sposta i rischi sulle persone più povere, sulle comunità piu svantaggiate su quelle che non possono partecipare alle dicisioni”. La speculazione energetica è la nuova era per lo sfruttamento del territorio sardo.

Giovanna Bonu – Comitato no al Termodinamico