2013.10.31 – A Sassari la prima libreria che vende solo sardo

Posted by Presidenza on 31 Ottobre 2013
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Il local sfida la crisi. Coraggioso protocollo d’intesa tra Odradek e l’Associazione editori “made in Sardinia” per rivitalizzare un settore fondamentale per la crescita culturale

SASSARI. Odradek sarà la prima libreria dell’isola a vendere libri esclusivamente sardi. È l’esito di un protocollo d’intesa siglato nei giorni scorsi tra Rita Marras, titolare della libreria di via Torre Tonda e Simonetta Castia, presidente dell’Associazione editori sardi. L’intesa è stata illustrata e presentata durante il convegno “Oltre i festival. Cultura, comunità, territorio: nuove idee e nuovi progetti per affrontare la crisi” che ha chiuso, nei giorni scorsi, la XIII edizione della Mostra libro di Macomer. Una buona occasione anche per fare il punto della situazione in un difficile contesto di mercato. «La crisi è sotto gli occhi di tutti _ ha rimarcato infatti l’editore Mario Argiolas _ chiudono le librerie storiche e quelle indipendenti diventano librerie di catena».

Un quadro desolante in cui iniziative come questa potrebbero rivitalizzare un settore fondamentale per la crescita culturale.

Ma se Tiziana Marranci (libreria Messaggerie sarde Sassari) ritiene che la criticità delle librerie indipendenti sia da imputare alla crisi di altre filiere, l’editore Carlo Delfino sostiene la necessità «di intercettare le realtà più deboli e periferiche vivamente interessate al libro, ma carenti di strutture». Il problema di fondo è ampliare la base di lettori e per farlo occorre partire dalla scuola, riportare il libro al centro dell’azione pedagogica, perché «i paesi in cui si investe in cultura _ ha spiegato Antonietta Mazzette, sociologa dell’Università di Sassari _ sono avanti anni luce rispetto a quelli che non lo fanno».

Tutto questo, però, si scontra con la dura realtà, se si pensa, come ha rimarcato Dolores Lai, assessore alle Culture del Comune di Sassari, «che in Italia manca una legislazione sulle biblioteche scolastiche».

Interessante, l’esperienza della Mediateca del Mediterraneo, struttura cagliaritana, diretta da Dolores Melis, nata dalla graduale trasformazione della tradizionale biblioteca in un luogo di incontro e di circolazione delle idee. «Laddove c’è un’offerta che incontra il pubblico _ ha concluso Simonetta Castia, presidente dell’AES _ il libro sardo mantiene inalterato il suo valore».

31 ottobre 2013

 

 

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“Vogliono nasconderci la nostra storia! Ci vogliono pastori e basta, incazziamoci!”. È solo una delle tante, troppe voci che si levano dal web. E non importa se a pronunciarla sia “Gyus frey”, preso ad esempio per caso, oppure un altro nome.

A protestare a gran voce è tutta la Sardegna, terra che dovrebbe essere considerata un museo a cielo aperto, e che andrebbe salvaguardata e protetta.

Una regione che vanta la più alta concentrazione di resti archeologici, fra nuraghi, tombe, dolmen e menhir.

È il grido del popolo sardo, quello che si ode, stanco di essere “sepolto”, che si propone di tutelare i siti non valorizzati. Che vuole conoscere la sua storia.

Ennesimo scandalo, conseguenza di indifferenza ed errata gestione, è la colata di cemento con la quale si è voluto salvaguardare, a detta degli archeologi, da atti di vandalismo la necropoli scoperta nel 2002 nel parco Mariani di Bonorva, in provincia di Sassari.

Un sigillo che, almeno questa volta non ha posto garanzie. In realtà, il sito vige nel più completo stato di abbandono, poiché il cemento si sta sgretolando, consentendo all’acqua piovana di allagare le tombe il cui stato di conservazione rischia di essere seriamente compromesso.

I dipinti che risalgono a 5.000 anni fa, ritrovati in perfetto stato di conservazione, si trovano ad un passo dalla necropoli di Sant’Andrea Priu e dalla famosa Tomba del Capo, all’interno del parco Mariani.

Questo antico sepolcro detto Tomba della Scacchiera è solo uno dei numerosi studiati dagli archeologi sugli altopiani della Sardegna nord-occidentale, ma si contraddistingue per la straordinaria ricchezza delle sue decorazioni dipinte e scolpite sia sulle pareti, sia sui soffitti.

Il monumento di epoca neolitica può essere paragonato, per qualità e livello di conservazione, agli affreschi rinvenuti all’interno delle camere sotterranee dell’ipogeo di Hal-Saflieni a Malta.

La Tomba della Scacchiera è così denominata a causa della presenza di un motivo a scacchi bianchi e blu scuro sul soffitto di una delle celle, probabilmente in uso per raccogliere le spoglie dei parenti di una classe elitaria locale.

È composta da una camera principale, ampliata da tre celle laterali, alle quali si accede da un canonico portello aperto nella facciata ottenuta da un breve passaggio scavato nella roccia.

Le pareti della tomba sono dipinte con ematite di colore rosso acceso, con motivi curvilinei e rettilinei che comprendono una serie di sette spirali interconnesse.

Il sito, potrebbe essere stato intenzionalmente scelto per il panorama circostante: una profondissima vista spazia su diverse valli e sulla vasta pianura di Bonorva, modellata da antichi vulcani emergenti intorno alla parte ovest.

Queste colline e questi boschi hanno custodito per migliaia di anni un patrimonio archeologico inestimabile. Ora giacciono sotto una colata di cemento, che a prima vista sembra roccia granitica, ma che non è in grado di preservarne l’incolumità.

È indignazione fra gli abitanti della Sardegna, per quei rari reperti archeologici, “sigillati” e “messi a tacere” come se i sardi non avessero curiosità della loro storia.

Follia” avrà senza dubbio pensato la comunità archeologica mediterranea e mondiale. Forse un reperto troppo prezioso e difficile da gestire, così si è deciso di chiuderlo con una lastra di pietra, colarci sopra del cemento e della terra, quasi a voler dimenticare tutto. Gli spiriti dormiranno pure in pace, ma la nostra curiosità non ha tregua.

L’illustrazione della testa taurina sostenuta da spirali multiple presenti nella fantastica Tomba Sa Pala Larga anch’essa sigillata dopo la scoperta, (non si sa mai si approfondisca troppo del neolitico sardo), naviga letteralmente in pessime acque che, infiltrandosi dalla terra, oggi potrebbero aver totalmente sommerso quell’antica meraviglia.

In seguito agli scavi, anche gli ingressi delle principali tombe della necropoli di Sa Pala Larga sono stati sigillati da uno strato di cemento, in modo da nasconderne la presenza. Osservazioni compiute dal gruppo di esperti alla tomba numero 3 di Sa Pala Larga hanno riscontrato come il pavimento della camera del monumento sia allagato con almeno 10 cm di acqua stagnante.

L’effetto è devastante, perché la circostanza ha inevitabilmente creato profonde variazioni delle condizioni microclimatiche interne. L’acqua, assorbita per osmosi attraverso le rocce sedimentarie, risale sulle pareti e sta causando danni irreparabili, non solo al basamento roccioso, ma anche alle fragili superfici lavorate e dipinte dall’uomo nella detta epoca preistorica.

“Sigillare” un monumento che contiene un così ricco repertorio artistico, esponendolo ad un ben più rapido decadimento, non è etico ed è culturalmente restrittivo.

La convenzione europea conclusa a La Valletta il 16 gennaio 1992 per la protezione del patrimonio archeologico, dovrebbe essere quindi di gran lunga riconosciuta.

Nella storia alberga la memoria collettiva: essa è strumento di studio e di progresso. Solo chi conosce il proprio passato può aprire le braccia al futuro.

E la storia della Sardegna ha tanto da insegnare. Potrebbe restituire ai sardi la propria voce.

 

Scritto da Cristina Biocati

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2013.10.28 – Nasce un comitato contro il progetto della Ivi Petrolifera

Posted by Presidenza on 29 Ottobre 2013
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Ieri primo incontro davanti ai cancelli della ex Sipsa Presente il sindaco Tendas che ha risposto alle contestazioni

di Francesco G. Pinna

ORISTANO. La più arrabbiata è stata una signora vestita di nero che in famiglia si è trovata a fare i conti con il dramma della leucemia: «Chi ha inquinato la mia terra deve solo pagare i danni e andarsene, tutti quelli che hanno inquinato devono andare via e devono anche ringraziare che non li sbattiamo in galera». Erano una trentina ieri mattina davanti ai cancelli della ex Sipsa per la prima uscita del Comitato contro il progetto della Ivi Petrolifera per la realizzazione nella zona del Pontile di una struttura turistica (alberghi di lusso, centri benessere, villette e campo da golf) da oltre 700 posti letto che cambierebbe il volto della marina di Torregrande.

L’idea dell’incontro, lanciata dal Meetup Polis 5 Stelle, ha raccolto consensi tra ambientalisti e semplici cittadini e punta alla costituzione di un organismo trasversale privo di “imprimatur” politici il cui obiettivo è soltanto finalizzato alla difesa del territorio e del diritto degli oristanesi a poterne godere liberamente.

Nel mirino del nascente comitato assieme alla Ivi Petrolifera dell’imprenditore Oreste De Valle anche l’amministrazione comunale di Oristano e naturalmente il suo sindaco “pro tempore” Guido Tendas (presente all’incontro assieme al consigliere comunale del Gruppo Insieme Roberto Martani), accusato di avallare un progetto non solo “fallimentare” dal punto di vista economico ma che di fatto privatizza e toglie agli oristanesi 80 ettari di pineta realizzati con soldi pubblici e se non si sta attenti perfino il tratto di spiaggia tra il campeggio Spinnaker e la Foce del Tirso.

Lo hanno detto più o meno esplicitamente il portavoce del Meet Up Polis Carlo Puddu, l’ambientalista Gabriele Pinna, la naturalista Martina Casu, l’insegnante Luciana Miglior, l’ex calciatore (e attuale ministro degli Esteri del Governo provvisorio nazionale sardo) Paolo Maleddu e anche lo storico ed ex presidente dell’Istar Walter Tomasi che è stato anche protagonista di un battibecco col sindaco Tendas su chi stia pagando la bonifica dell’inquinamento provocato dalla Sipsa prima e dall’impianto che per anni poi ha incenerito centinaia di tonnellate di rifiuti sanitari e non solo provenienti da tutta la penisola.

«Falso che la bonifica la stia pagando la Regione» ha ribattuto il sindaco Tendas invitando Tomasi a controllare le sue informazioni e ribadendo senza esitazione che pineta e spiaggia resteranno di libero accesso a tutti i cittadini.

Ma ancora più di Tomasi, a vestire i panni dello storico è stato però un ingegnere, Gabriele Calvisi, che ha ricordato come a firmare la pluridecennale e contestatissima concessione alla Ivi Petrolifera della pineta comunale sia stato il commissario straordinario che ha amministrato il Comune prima della Giunta Nonnis.

28 ottobre 2013

 

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2013.10.27 – I Sardiani diffusori dell’agricoltura in Europa

Posted by Presidenza on 27 Ottobre 2013
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Dal sito dell’ASHG (www.ashg.org/2012meeting/pages/sessionlisting.shtml), American Society of Human Genetics, prendiamo l’estratto di un intervento all’annual meeting del 2012 (6-9 novembre), tenuto alle ore 18,30 del 8 Novembre, nella sessione Admixture and Demography, dal primo autore della ricerca Martin Sikora. Qui appresso la traduzione.

Sulla stirpe sarda dell’Uomo di Ghiaccio del Tirolo

Il completo genoma della mummia dell’Uomo di Ghiaccio del Tirolo (Oetzi, ndr), vecchia di 5300 anni, trovata nel 1991 in un ghiacciaio vicino al confine fra Italia e Austria, è stato pubblicato recentemente ed ha permesso nuove prospettive su sua origine nonché parentela, con le popolazioni moderne dell’Europa. Una chiave di ricerca di questo studio è stata un’apparente quanto recente comune stirpe, con individui dell’Europa meridionale, in particolare Sardi. Questo risultato era interpretato come indicazione genetica del modello di diffusione “demica” relativa allo spargersi di gente neolitica nell’Europa, durante il propagarsi dell’agricoltura, sebbene non sia possibile escludere una recente migrazione degli antenati dell’Uomo di Ghiaccio verso l’Europa centrale. Inoltre, non è stata esplorata la possibilità che i Sardi odierni rivelino una popolazione residua, di quegli antichi contadini, per lo più inattaccata da successive migrazioni nel continente europeo. Per dare risposta a questi quesiti noi analizzammo il genoma dell’Uomo di Ghiaccio insieme con una gran quantità di dati genomici, sia disponibili pubblicamente sia generati recentemente, provenienti e da moderni e da antichi individui europei. Noi usammo dati non pubblicati provenienti dalla sequenza dell’intero genoma di 452 individui sardi, insieme con dati disponibili pubblicamente, della Complete Genomics e del progetto 1000 Genomi, per confermare che l’Uomo di Ghiaccio è il più strettamente imparentato con i Sardi di oggi. La comparazione, di questi dati con altri del DNA presi da studi pubblicati recentemente su contadini e cacciatori-raccoglitori trovati in Svezia e relativi al Neolitico, dimostrano essere l’Uomo di Ghiaccio, il più strettamente imparentato col singolo contadino, ma non col cacciatore-raccoglitore, avendo con gli odierni Sardi, di nuovo, la più alta parentela fra gli Europei di oggi. Sorprendentemente, anche un’analisi comprendente dati di un appena ricavato antico DNA, provenienti da un individuo (pare trattisi di contadino, ndr) della Bulgaria della prima Età del Ferro, dimostra la più alta parentela di questo individuo con gli odierni Sardi. I nostri risultati dimostrano che l’Uomo di Ghiaccio Tirolese non era da poco emigrato dalla Sardegna, ma piuttosto che fra i contemporanei Europei, i Sardi rappresentano la popolazione più strettamente imparentata con popolazioni presenti nella regione delle Alpi meridionali attorno a 5000 anni fa. La parentela genetica di antichi campioni di DNA, da luoghi distanti dell’Europa, con i Sardi, suggerisce anche che questa traccia genetica fosse molto più estesa attraverso l’Europa, durante l’Età del Bronzo.

Appresso i 19 scienziati autori della ricerca:
On the Sardinian ancestry of the Tyrolean Iceman. M. Sikora1, M. Carpenter1, A. Moreno-Estrada1, B. M. Henn1, P. A. Underhill1, I. Zara2, M. Pitzalis3, C. Sidore3,4,5, F. Reinier2, M. Marcelli2, A. Angius3,4, C. Jones2, T. T. Harkins6, A. Keller7,8, A. Zink9, G. Abecasis4, S. Sanna3, F. Cucca3, C. D. Bustamante1

1) Department of Genetics, Stanford University, Stanford, CA, USA; 2) CRS4, Center for Advanced Studies, Research and Development in Sardinia, Parco Scientifico e Tecnologico della Sardegna, Pula, Italy; 3) Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica (IRGB), CNR, Monserrato, Italy; 4) Center for Statistical Genetics, Ann Arbor, University of Michigan, MI, USA; 5) Università degli Studi di Sassari, Dip. Scienze Biomediche, Sassari, Italy; 6) Genome Sequencing Collaborations Group, Life Technologies, Beverly, MA, USA; 7) Department of Human Genetics, Saarland University, Homburg, Germany; 8) Siemens Healthcare, Erlangen, Germany; 9) Institute for Mummies and the Iceman, EURAC research, Bolzano, Italy.

Il dott. Sikora, un genetista della Stanford University (postdoctoral scholar, con master in biotecnologie a Vienna nel 2004, e laurea in Filosofia, che  ha pubblicato 17 lavori, ndr), intervistato da Live Science il 9 Novembre, ha diffuso la seguente articolata dichiarazione.
1- “sul propagarsi di coltivazione e agricoltura, proprio ora abbiamo una buona prova che esso fu associato ad un movimento di popolazioni e non soltanto al diffondersi di tecnologie”.
2- “Può darsi che Oetzi fosse solo un turista, può darsi che i suoi genitori fossero Sardi ed egli decidesse di andare sulle Alpi”
3-Ciò avrebbe richiesto che la famiglia di Oetzi viaggiasse per centinaia di miglia, una prospettiva inverosimile. Cinquemila anni fa, non ci si aspetterebbe che le nostre popolazioni fossero così mobili”
4- “Le scoperte supportano l’idea che, gente migrante dal Medio Oriente, lungo tutto il cammino fino all’Europa Settentrionale, portò seco l’agricoltura e si mischiò con i cacciatori-raccoglitori nativi, dando luogo ad un’esplosione demografica”
5- “Mentre le tracce di queste antiche migrazioni sono largamente andate perdute nella maggior parte dell’Europa, i Sardi isolani rimasero più isolati e pertanto trattennero un maggior numero di tracce genetiche di quei primi contadini Neolitici”.

Nostro commento.
1- si rimane stupiti di come certuni potessero ancora credere che il tremendamente complesso fenomeno dell’agricoltura, imperniato su una tecnologia fatta di precisi tempi e metodi e sulla  coercitiva oppressione della libertà individuale, avesse potuto trasmettersi per “sentito dire”
2- il genetista forse intende dire che Oetzi possa essere partito da uno dei 13 luoghi (dalle Arene Candide, alla Grotta della Tartaruga) ove sono presenti ossidiane sarde, sparsi nell’Italia settentrionale da Liguria a Venezia Giulia con datazione dal Paleolitico superiore alla fine del Neolitico?
3- Ciò che dice il Sikora è palese contraddizione del concetto in cui crede: non sono forse circa 4500 le miglia percorse da quelle genti per trasferirsi dal luogo della supposta origine dell’agricoltura fino in Svezia? Oltre a ciò, già trentamila anni addietro, gli Armeni trasportavano ossidiana fino a  circa km. 800, pari a 500 miglia (tragitto Kars- Grotta di Shanidar) e gli Anatolici orientali di Nemrut Dag con stesso obiettivo percorrevano circa km. 400, pari a 250 miglia. Proprio a questo proposito, sarà bene notare che la distanza “terrestre” fra Sardegna e  Val Senales (il luogo ove si rinvenne Oetzi), è pari a circa 260 miglia. Infatti per i Sardiani, fra i primi navigatori fin da quattordici mila anni fa, arrivare in Liguria via mare era davvero uno scherzo! Come si evince dalla lettura di “kircandesossardos”.
4- Forse lo studioso non si è reso conto della portata di questa sua affermazione. Questa dichiarazione è destinata a stravolgere tutta la storia dell’Europa. Infatti, il dr. Sikora sta enucleando per noi un risultato fondamentale della ricerca: dice che due gruppi etnici, uno stanziato nell’Europa e l’altro in continuo transito in essa, diedero luogo alla procreazione di una discendenza fatta di cacciatori-raccoglitori e di contadini. I cacciatori raccoglitori sono geneticamente imparentati con gli odierni Europei settentrionali. I contadini sono imparentati geneticamente con i Sardi di oggi. Secondo questa teoria i genitori di questa discendenza farebbero capo, gli uni ai cacciatori-raccoglitori già presenti in Europa, gli altri, come natura vuole, alle popolazioni che erano in transito, essendo una di esse, obbligatoriamente, di etnia sarda, cioè Sardi.
D’altro canto, non vediamo altro modo di inserire gli abitanti della isola di Sardegna (che i ricercatori ritengono per di più isolata), in un qualsiasi tratto del percorso «dal Medio Oriente lungo tutto il cammino fino all’Europa settentrionale».
5- Ben al di là delle stucchevoli dichiarazioni, ci preme fare appello ad un minimo raziocinio per indicare che, se i Sardi fossero stati davvero isolati, sarebbe stato praticamente impossibile avere dei contatti con essi. Si deve arguire che in Sardegna, non potette esservi nessun contatto genico con i portatori dell’agricoltura che transitavano nell’Europa centrale provenienti dall’Oriente. Riteniamo, anche, paradossale sostenere che, pur essendo stata l’Europa attraversata in lungo e in largo dai portatori dell’agricoltura, proprio in quella Europa siano “largamente assenti tracce geniche”. Ci si rende conto essere stato tale lunghissimo passaggio, della durata di un centinaio di generazioni? Ben al contrario, ciò sembra dimostrare essere “largamente assente” la prova di tale migrazione. Ed è proprio in quell’altra direzione che si deve guardare per avere la elettrizzante risposta che questa ricerca ci ha consegnato. Per la quale siamo davvero grati a tutti gli studiosi.
Ci preme però conferire al presente documento, qualche testimonianza sulla scoperta circa la plurimillenaria presenza dei Sardiani (come siamo soliti chiamare gli Abitatori dell’Isola che fu “la più grande delle isole, come disse Erodoto) nel continente europeo.
(6700-6000 anni fa) – nel Neolitico medio sardo (4700-4000 BC) a Cuccuru S’Arriu, Cabras (Oristano) e Mara (Sassari), si riscontrano forme umane danubiane; in questa ultima grotta “soltanto i resti femminili” vengono attribuiti alla tipologia danubiana.
(6000-5200 anni fa) – nel Neolitico recente, cultura Ozieri (4000-3200 BC) a Lu maccioni, Alghero (Sassari) si riscontra la presenza di forme danubiane
–  nell’Eneolitico evoluto, cultura Monte Claro (2500-2200 BC), a Serra Cabriles, Sennori (Sassari), si riscontra una morfologia danubiana quasi pura
– (4700-3900 anni fa) i prodotti della cultura Campaniforme sarda (distribuiti circa dal 2700 al 1900 BC), sono strettamente imparentati, sotto il profilo stilistico, ai prodotti della cultura Campaniforme danubiana e Vinča.
–  «questo scambio, quasi contrattualizzato nei millenni, di elementi culturali, materiali ed umani fra le due aree dell’Europa, poté essere il naturale supporto alla industria metallurgica sardiana. Ad essa necessitava quell’abbondanza di stagno che in parte era reperibile nelle stazioni collegate alla Boemia. L’analisi di un campione di scoria di un  lingotto di Isili (Nuoro) ha fornito indicazioni di una miscela di rame sardo con minerale boemo. L’analisi di braccialetti da Vetulonia fa ricadere questi bronzi nel diagramma riguardante la Boemia: la qual cosa induce a credere che i bracciali fossero provenienti da un’officina fusoria della Sardegna, come dimostrano sia i numerosi bronzi sardi trovati in Etruria ma, soprattutto, la plurimillenaria dipendenza culturale – ben ampiamente documentata –  nei riguardi della Sardegna, della  regione in cui poi troviamo stanziati gli Etruschi»
(5200-4200 anni fa) – sarà, anche, bene si ricordi come, in Sardegna, il più antico reperto bronzeo, rappresentato da una lama di bronzo (di pugnale?), fu rinvenuto in una tomba di Mesu ‘e Montes, Ossi (Sassari), attribuita all’Eneolitico,  cioè al periodo compreso fra il 3200 ed il 2200 BC.

Conclusione.
Circa la professionalità messa in atto dall’uomo nel saper andare per mare, ricordiamo come i Sardiani si fossero costruiti tale professionalità almeno fin da 14.000 anni fa nel circumnavigare il Mediterraneo, gli Indonesiani almeno da 60.000 anni fa nell’attraversare il Mare di Timor per raggiungere l’Australia, come è esposto ampiamente su “kircandesossardos”. Tuttavia ci troviamo a considerare quanto gli studiosi, nulla sapendo dell’antichissima capacità di navigazione dell’uomo, hanno immaginato il diffondersi dell’agricoltura, soltanto attraverso un percorso  per via di terra. Invece, qualche esperienza elucubrativa, ci convince che essa si diffuse anche (e soprattutto?) lungh’essa la superficie del mare. E, quali popolazioni operarono questa diffusione? Tutte quelle che avevano accumulato attraverso millenni di esperienza, la maestria di andare pel mare con la stessa naturalezza di cui si serve il contadino per spostarsi sulla terra. E, dove portavano (forse a seguito di spinte quali imprenditoria, clima, sommovimenti tellurici, violenze del più forte, ecc.) a riprodurre tale nuova metodologia atta a procurarsi sicuro ed abbondante cibo? Proprio nelle vicinanze dei punti di approdo. Di qui, prendeva luogo, col tempo, la diffusione per via di terra, per il mezzo della migrazione verso terreni più ampi e fertili. Possiamo escludere che l’agricoltura arrivasse nella valle del Danubio, attraverso quella via naturale di penetrazione percorsa anche dai Sardiani che, dal luogo dell’odierna Trieste, portava al luogo dell’odierna Bratislava? Possiamo escludere che a portare l’agricoltura nella valle del Danubio, proprio per quella via, fossero proprio i Sardiani? No. Non ci sentiamo di escluderlo.
Quindi, se vi fu (lo si dimostrerà?) una diffusione di agricoltura che, come un largo fiume congiunse l’Oriente con la Finlandia, vi furono certo moltissimi altri canali di trasferimento dell’agricoltura, dai punti d’approdo del notevole naviglio che solcava tutto il Mare Mediterraneo (forse non il Mare Nero), fin verso i più recessi interni di tutti i territori retrostanti!
Ove il Sikora, o altro scienziato, dovesse confermare la sua asserzione di trasferimento dell’agricoltura attraverso l’Europa da parte di genti di sarda etnia, noi confermeremo doversi ricorrere anche  alla via marina per giustificare la presenza di Sardi del Neolitico nell’antica Europa. Sardi provenienti direttamente dalla Sardegna? In parte, forse, si. Sardi provenienti dall’Armenia? In parte, forse, si.

 





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IL futuro di un popolo è basato sulle capacità produttive; il governo italico occupatore lo chiama PIL,noi sardi abbagliati dai facili guadagni siamo cascati nel tranello schiavizzante del nemico abbandonando quello che era ed è il nostro patrimonio produttivo (LA TERRA) che per secoli è stata invidiata da tutti i popoli del mediterraneo,tanto che eravamo il granaio d’Italia.

I nostri prodotti sono di prima qualità, richiesti in tutte le parti del mondo.

Calcolando che in Sardegna importiamo circa l’80% del nostro fabbisogno alimentare e considerando che abbiamo circa 250000 mila ettari di terreno incolto, sarebbe utile per la nostra sopravvivenza dignitosa rientrare nella cultura della coltivazione.

Immaginate il flusso economico se solo aumentassimo la produzione agricola del 40%?

Oggi viviamo il fallimento, portatoci da oltre mare, dell’industria che ci ha lasciato disoccupazione, disperazione, miseria ed inquinamento.

Fatta questa piccola analisi l’industria chimica, eolica, solare, ecc. ha portato in Sardegna solo sogni dissolti al cielo come bolle di sapone;

riflessione……

sentimenti come la determinazione e l’amore per la nostra terra porteranno in poco tempo benessere naturale

Luigi ZUCCA (Provveditore Generale Sez. Agricoltura del Governo Sardo Provvisorio)

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2013.10.25 – Reclutamento nel Corpo di Politzia Natzionale Sarda

Posted by Presidenza on 26 Ottobre 2013
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