Via i nomi dei reali di casa Savoia dalle strade del paese. È la decisione della giunta comunale di un piccolo centro della provincia di OristanoScano Montiferro, guidata dal primo cittadino Antonio Flore Motzo. La giunta, come riporta il quotidiano La Nuova Sardegna, ha stabilito che i nomi dei reali piemontesi dovranno essere sostituiti con quelli di alcuni personaggi locali che con la loro vita e le loro opere hanno dato lustro alla comunità e, dove possibile, siano ripristinati i toponimi originali in “limba”.

Perché la decisione diventi operativa è necessario, però, attendere i pareri di prefettura e soprintendenza. A cambiare nome saranno il corso Vittorio Emanuele III, che diventerà corso Padre Salvatore Pala, la via Carlo Alberto che prenderà il nome di via Antonio Trogu, il largo Vittorio Emanuele II diventerà piazza Francesco Porcu, la piazza Regina Elena prenderà il nome di Carrela de Funtana e la piazza Umberto acquisirà il nome di Carrela de Putu.

Il dibattito sulla presenza dei nomi dei reali nelle strade dell’Isola è in corso da tempo, a Cagliari c’è stato chi ha proposto addirittura di eliminare dal cuore della città la statua di Carlo Felice. La scelta dell’amministrazione di Scano Montiferro, stando a quanto scrive il sindaco nella sua pagina social, è motivata dalle azioni violente messe in campo dai re sabaudi, sempre contro la popolazione. A essi viene attribuita anche la responsabilità della rovina del patrimonio boschivo e gli esiti provocati ai più deboli dall’editto delle chiudende, che spartiva la terra collettiva tra poche persone.

tratto da: (clicca qui)

2019.04.16 – Così la Corsica vuole abbandonare la Francia di Macron

Posted by Presidenza on 16 Aprile 2019
Posted in articoli 

Emmanuel Macron si deve occupare di tenere botta in vista delle europee, ma pure degli affari interni. Non bastavano le barricate dei gilet gialli e l’annunciata rivolta elettorale del ceto medio, pure le richieste dei corsi finiscono sull’agenda dell’inquilino dell’Eliseo. E non potrebbe essere altrimenti, considerato che la Corsica sta domandando, con tutti gli strumenti giuridici del caso, di venir meno all’annessione francese. L’atto centrale risale al 30 novembre del 1789.

In questa storia, per comprendere qualcosa in più, bisogna tornare indietro nel tempo. La base giuridica delle tesi degli indipendentisti – come sottolineato su Libero – è la presunta mancata ratifica dei trattati con cui i transalpini si sono aggiudicati l’isola. Per far sì che il sogno secessionista abbia qualche possibilità concreta, dovremmo mettere in campo qualcosa di nostro. Sono i genovesi, stando a quei documenti, a essersi riservati il diritto di procedere con una sorta di contro – riscatto. Ma la questione, nel Belpaese, non è di stretta attualità. Marine Le Pen e il suo Rassemblement National, in Corsica, sembrano non bastare più e forse non sono mai bastati.

Tempo fa quei territori, almeno in parte, potevano essere considerati una roccaforte lepenista. Il distacco dei corsi dalla terraferma, nel tempo, è divenuto radicale e i partiti tradizionali hanno smesso da tempo di dettare l’agenda. Gli indipendentisti non hanno mai mollato. Sembra mancare un novello Pascal Paoli, un leader unificante. Certo, c’è Jean Guy Talamoni, ma è molto distante dalle istanze che definiremmo populiste, sovraniste e quindi nazionaliste in senso stretto. Anzi, il presidente dell’Assemblea nazionale è un’aperturista in materia di gestione dei fenomeni migratori. In questa chiave di lettura, che è tutta ideologica, possono essere operate delle analogie tra quanto sta accadendo in Corsica e quanto è già avvenuto in Catalogna.

Il “processo di Matignon”, comunque sia, non basta più. L’appello non riguarda uno status giuridico speciale, ma una vera e propria liberazione da quelle che vengono percepite come barriere oppressive. La Corte di giustizia della Unione europea, con ogni probabilità, sarà costretta a pronunciarsi sul caso di specie.

Poi c’è quel rifiuto assoluto del neo – bonapartismo incarnato da Emmanuel Macron. Stando a quanto si apprende sul quotidiano citato, sembra quasi che il presidente della Repubblica francese non possa visitare quelle terre. Viene volentieri rimbalzato da quei leader indipendentisti, che non si palesano nel corso delle occasioni pubbliche.

I sondaggi sulle elezioni europee di maggio, per il leader de La Republique En Marche!, non sono così negativi. Pare che i progressisti d’oltralpe possano sperare almeno di affiancare Marine Le Pen e i suoi. Non in Corsica, però, Macron può solo provare a limitare i danni: la sua presidenza ha contribuito a inasprire le richieste dei secessionisti.

tratto da: (clicca qui)

2019.04.13 – Il martirio di Julian Assange

Posted by Presidenza on 13 Aprile 2019
Posted in articoli 

Dobbiamo tutti resistere. Dobbiamo, in ogni modo possibile, fare pressioni sul governo britannico per fermare il linciaggio giudiziario di Assange. Se Assange sarà estradato e processato, si creerà un precedente legale che metterà fine alla capacità della stampa

 

 

L’arresto, giovedì scorso, di Julian Assange mette a nudo tutta la finzione del principio di legalità e dei diritti di una stampa libera. Le illegalità commesse dai governi ecuadoriano, britannico e statunitense nel sequestro di Assange sono inquietanti. Sono il presagio di un mondo in cui i meccanismi interni, gli abusi, la corruzione, le menzogne e i crimini, specialmente quelli di guerra, commessi dagli stati corporativi e dall’élite dominante mondiale saranno nascosti al pubblico. Sono il presagio di un mondo in cui quelli che avranno il coraggio e l’integrità per denunciare l’uso improprio del potere verranno braccati, torturati, sottoposti a processi fittizi e condannati a pene detentive in isolamento. Sono il presagio di una distopia orwelliana, in cui le notizie sono sostituite da propaganda, futilità e intrattenimento. L’arresto di Assange, temo, segna l’inizio ufficiale del totalitarismo corporativo che condizionerà tutte le nostre vite.

In base a che legge il presidente ecuadoriano Lenin Moreno ha arbitrariamente posto fine al diritto di asilo di Julian Assange come rifugiato politico? In base a quale legge Moreno ha autorizzato la polizia britannica ad entrare nell’ambasciata ecuadoriana, un legittimo territorio sovrano secondo gli accordi diplomatici, per arrestare un cittadino naturalizzato dell’Ecuador? In base a quale legge il Primo Ministro Theresa May ha ordinato alla polizia britannica di arrestare Assange, che non ha mai commesso alcun crimine? In base a quale legge il presidente Donald Trump ha chiesto l’estradizione di Assange, che non è un cittadino degli Stati Uniti e la cui organizzazione giornalistica non ha sede negli Stati Uniti?

Sono sicuro che i procuratori di stato stanno mettendocela tutta, in quella che ormai è la norma per lo stato corporativo, usando argomenti legali pretestuosi, per distruggere i diritti sanciti dalla legge giudiziaria. Questo è il modo in cui abbiamo il diritto alla privacy senza privacy. Questo è il modo in cui abbiamo elezioni “libere” finanziate da fondi aziendali, coperte da media corporativi allineati e sotto il ferreo controllo societario. Questo è il modo in cui abbiamo un processo legislativo in cui i lobbisti delle multinazionali scrivono le proposte e i politici a libro paga delle stesse aziende le trasformano in leggi. Questo è il modo in cui abbiamo il diritto ad un giusto processo senza un giusto processo. Questo è il modo in cui abbiamo un governo, la cui responsabilità fondamentale è proteggere i cittadini, che ordina ed esegue l’assassinio dei propri cittadini, come il religioso radicale Anwar al-Awlaki e suo figlio di 16 anni. Questo è il modo in cui abbiamo una stampa legalmente autorizzata a pubblicare informazioni riservate e un editore chiuso in prigione in Gran Bretagna in attesa di estradizione negli Stati Uniti e un informatore, Chelsea Manning, nella cella di un carcere degli Stati Uniti.

La Gran Bretagna userà come pretesto legale per l’arresto la richiesta di estradizione di Washington, basata su accuse di cospirazione. Questa argomentazione legale, in un sistema giudiziario funzionante, verrebbe respinta da qualsiasi tribunale. Sfortunatamente, non abbiamo più un sistema giudiziario funzionante. Presto sapremo se anche la Gran Bretagna ne è priva.

Ad Assange era stato concesso asilo nell’ambasciata nel 2012, per evitare la sua estradizione in Svezia, dove sarebbe stato interrogato per presunti reati sessuali, accuse che alla fine erano state ritirate. Assange e i suoi avvocati hanno sempre sostenuto che, se fosse stato trattenuto in custodia da parte degli Svedesi, sarebbe poi stato estradato negli Stati Uniti. Una volta ottenuto l’asilo e la cittadinanza ecuadoriana, il governo britannico si era rifiutato di concedere ad Assange un salvacondotto per l’aeroporto di Londra, intrappolandolo nell’ambasciata per sette anni, mentre la sua salute lentamente si deteriorava.

L’amministrazione Trump tenterà di processare Assange in base all’accusa di aver cospirato con la Manning, nel 2010, per rubare le registrazioni di guerra sull’Iraq e sull’Afghanistan, che erano poi state fatte pervenire a WikiLeaks. Il mezzo milione di documenti riservati trafugati dalla Manning dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato, insieme al video del 2007 degli elicotteristi statunitensi che sparano disinvoltamente sui civili iracheni, bambini compresi, e su due giornalisti della Reuters, hanno fornito abbondanti prove dell’ipocrisia, della violenza indiscriminata, e dell’uso routinario della tortura, delle bugie, della corruzione e delle rozze tattiche di intimidazione da parte del governo degli Stati Uniti nelle sue relazioni internazionali e nelle sue guerre in Medio Oriente. Assange e WikiLeaks ci hanno permesso di vedere dall’interno il funzionamento dell’impero, [quello che dovrebbe essere] il ruolo più importante della stampa, e, per questo, sono diventati preda dell’impero.

I procuratori degli Stati Uniti tenteranno di separare WikiLeaks e Assange dal New York Times e dal quotidiano britannico The Guardian, che avevano entrambi pubblicato il materiale divulgato dalla Manning, implicando Assange nel furto dei documenti. La Manning è stata ripetutamente e spesso brutalmente ‘messa sotto pressione’ durante la sua detenzione e il suo processo per indurla a coinvolgere Assange nel furto del materiale, cosa che si è sempre rifiutata di fare. È attualmente in prigione a causa del suo rifiuto di testimoniare, senza la presenza del suo avvocato, davanti al gran giurì riunito per il caso Assange. Il presidente Barack Obama aveva concesso alla Manning, a cui era stata inflitta una condanna a 35 anni, il perdono, dopo averle fatto scontare sette anni in un carcere militare.

Dopo che i documenti e i video forniti dalla Manning ad Assange e a WikiLeaks erano stati pubblicati e diffusi da organizzazioni giornalistiche, come il New York Times e il Guardian, la stampa, in modo cinico e sciocco, si era rivoltata contro Assange. Le agenzie mediatiche che avevano pubblicato per diversi giorni il materiale di WikiLeaks si erano trasformate in fretta in conduttori di una bieca campagna propagandistica, volta a screditare Assange e WikiLeaks. Questa campagna diffamatoria coordinata era stata descritta in modo dettagliato in un documento trapelato dal Pentagono, preparato dal Cyber Counterintelligence Assessments Branch e datato 8 marzo 2008. Il documento invitava gli Stati Uniti a sradicare il “sentimento di fiducia” che è il “centro di gravità” di WikiLeaks e a distruggere la reputazione di Assange.

Assange, che con i documenti riservati trasmessigli dalla Manning, aveva denunciato i crimini di guerra, le menzogne e le manipolazioni criminali dell’amministrazione di George W. Bush, si era in seguito attirato le ire della dirigenza del Partito Democratico pubblicando 70.000 e-mail hackerate dal Democratic National Committee (DNC) e da funzionari dello stesso partito. Le e-mail erano state copiate dagli accounts di John Podesta, il responsabile della campagna di Hillary Clinton. Le e-mail di Podesta avevano reso pubblica la donazione di milioni di dollari da parte dell’Arabia Saudita e del Qatar, due dei maggiori finanziatori dello Stato Islamico, alla Fondazione Clinton. Avevano reso di pubblico dominio i 657.000 dollari che Goldman Sachs aveva pagato a Hillary Clinton per tenere alcuni discorsi, una somma così grande che può essere solo considerata una tangente. Avevano fatto conoscere la ripetuta mendacità della Clinton. Si era scoperto, per esempio, che nelle e-mail diceva alle élite finanziarie di volere “un commercio libero e senza frontiere” e di credere che i dirigenti di Wall Street fossero nella posizione migliore per gestire l’economia, un’affermazione che contraddiceva le dichiarazioni della sua campagna elettorale. Avevano esposto i tentativi della campagna della Clinton per influenzare le primarie repubblicane, per fare in modo che Trump fosse il candidato repubblicano. Avevano fatto sapere a tutti che la Clinton conosceva in anticipo le domande che le erano state poste in un dibattito per le primarie. Avevano denunciato la Clinton come il principale artefice della guerra in Libia, una guerra che, secondo lei, avrebbe dato lustro alle sue credenziali di candidato presidenziale. I giornalisti possono sostenere che queste informazioni, come le registrazioni di guerra, dovrebbero rimanere segrete, ma allora non possono definirsi giornalisti.

La leadership democratica, tutta intenta ad incolpare la Russia per la sua sconfitta elettorale, afferma che le e-mail di Podesta sarebbero state trafugate dagli hacker del governo russo, sebbene James Comey, l’ex direttore dell’FBI, abbia ammesso che le e-mail sono state probabilmente consegnate a WikiLeaks da un intermediario. Assange ha detto che le e-mail non erano state fornite da “funzionari statali.”

WikiLeaks ha fatto più di qualsiasi altra organizzazione giornalistica per mettere in luce gli abusi di potere e i crimini dell’Impero Americano. Oltre alle registrazioni di guerra e alle e-mail di Podesta, ha reso pubblici i metodi di hackeraggio utilizzati dalla CIA e dalla National Security Agency e la loro interferenza nelle elezioni straniere, comprese quelle francesi. Ha rivelato la cospirazione interna contro il leader del Partito Laburista Britannico, Jeremy Corbyn, da parte di rappresentanti parlamentari dello stesso Partito Laburista. È intervenuta per salvare Edward Snowden, che aveva denunciato la totale sorveglianza del pubblico americano da parte dai nostri servizi segreti, dall’estradizione negli Stati Uniti, aiutandolo a fuggire da Hong Kong a Mosca. Le rivelazioni di Snowden avevano anche fatto sapere che Assange era in una “lista di ricercati degli Stati Uniti.”

Un Assange dal volto stremato, mentre veniva trascinato fuori dall’ambasciata dalla polizia britannica, ha alzato il dito e ha gridato: “L’U.K. deve resistere a questo tentativo dell’amministrazione Trump. … L’U.K. deve resistere!”

Dobbiamo tutti resistere. Dobbiamo, in ogni modo possibile, fare pressioni sul governo britannico per fermare il linciaggio giudiziario di Assange. Se Assange sarà estradato e processato, si creerà un precedente legale che metterà fine alla capacità della stampa, che Trump ha ripetutamente definito “il nemico del popolo,” di mettere il potere di fronte alle sue malefatte. I crimini finanziari e di guerra, la persecuzione dei dissidenti, delle minoranze e degli immigrati, il saccheggio da parte delle corporazioni della nazione e dell’ecosistema e lo spietato impoverimento dei lavoratori e delle donne per gonfiare i conti bancari dei ricchi e consolidare il totale controllo del potere da parte degli oligarchi globali, non solo si espanderà, ma non farà più neanche parte del dibattito pubblico. Prima Assange. Poi noi.

Chris Hedges

tratto da: (clicca qui)

I popoli diventano superflui e ininfluenti perché l’economia finanziarizzata non ha più bisogno, per produrre ricchezza e mantenere il potere costituito

 

 

Sono in corso precise e profonde trasformazioni strutturali dell’ordinamento sociale, su scala mondiale, che la comunicazione politica per le masse non menziona o menziona solo velatamente, senza mai parlare di come esse hanno ridotto il ruolo della politica. Ne cito qui alcune particolarmente chiare e rilevanti, per poi descrivere i principali fattori che ostacolano il loro pubblico riconoscimento. In compenso, recenti vicende legate alla crisi economica e alla globalizzazione hanno fatto capire all’opinione pubblica che le nazioni sono governate da una oligarchia e non dalle istituzioni ufficiali, sì che non esiste la democrazia e vi è un essenziale conflitto di classe tra governanti e governati, indipendente dalla ideologia adottata dai primi. La prima e più nota, delle trasformazioni globali in corso, è sul piano ‘orizzontale’: è la globalizzazione-centralizzazione dei mercati e del potere anche politico e giudiziario, con il conseguente svuotamento-soppiantamento degli Stati nazionali e delle rappresentanze e realtà nazionali. La seconda è sul piano ‘verticale’: è il trasferimento  del potere effettivo da soggetti pubblici, visibili e in qualche modo responsabili (politicamente, giudiziariamente), a soggetti privati, non esposti, non responsabili (non eletti, non sindacabili giudiziariamente), che studiano e prendono dietro porte chiuse le grandi decisioni e dirigono i governi da sopra di essi – l’Unione Europea è un ottimo esempio di ciò.

La terza è che i popoli diventano superflui e ininfluenti perché l’economia finanziarizzata non ha più bisogno, per produrre ricchezza e mantenere il potere costituito, di produrre e vendere grandi quantità di beni reali, né di eserciti di massa; quindi i cittadini, come lavoratori-consumatori-combattenti hanno perso utilità per il sistema, e con essa rilevanza politica; da qui il diffondersi della povertà e la perdita di diritti dei lavoratori. La quarta è la capacità tecnologica, che i manovratori del potere stanno sempre più acquisendo, di monitorare e influenzare anche biologicamente i singoli e la società, e persino le condizioni metereologiche, con mezzi praticamente irresistibili. Veniamo ora ai paraocchi, cioè ai principali fattori che impediscono all’opinione pubblica di capire come funzionano e come si stanno evolvendo la società e l’ordinamento giuridico, e che così li rendono psicologicamente accettabili alla massa. Infatti la gente non sopporta di sentirsi impotente entro un sistema ingiusto, illegittimo e sopraffattore, quindi accetta ogni aiuto per costruirsi l’illusione di vivere in un sistema complessivamente legittimo, visibile e ben intenzionato. In primo luogo si tende tuttora a pensare che i processi decisionali e le intenzioni dei soggetti istituzionali, politici ed economici, siano quelli dichiarati anziché altri, nascosti e dissimulati – anche se da Machiavelli in poi la politologia insegna che le cose stanno proprio così.

In secondo luogo, si tende a pensare che l’uomo e la collettività e il loro bene siano il fine dell’azione dello Stato, mentre al contrario i detentori del potere ‘tengono’ la collettività come un loro strumento, similmente a come l’allevatore tiene il bestiame; e gli Stati, al loro interno e nei rapporti internazionali, agiscono non secondo i principi legali ed etici con cui si legittimano, bensì cercando sopraffazione e sfruttamento. In terzo luogo si tende a pensare che il potere reale coincida col potere ufficialmente visibile e pubblico, istituzionale, controllabile politicamente e giudiziariamente, anziché essere detenuto da soggetti autoreferenziali, non responsabili e scarsamente visibili. In quarto luogo si tende a pensare che la legalità sia complessivamente osservata soprattutto dai poteri pubblici e delle istituzioni, e difesa dalla giustizia – mentre non è affatto così, anzi prevalgono le pratiche e le decisioni illegali, e il potere giudiziario strutturalmente si occupa non di difendere la legalità ma di mascherare, legittimare, preservare i rapporti di forza, privilegio e interesse reali, indipendentemente dalla loro illegalità, mantenendo una apparenza di legittimità agli occhi della massa. Bisognerebbe sempre tenere a mente che rispettare le regole, per chi detiene il potere, è un costo.

In quinto luogo, si tende a credere, in conformità al catechismo neoliberale dei mass media e delle istituzioni, che il mercato libero esista, che sia efficiente, e che tenda alla crescita economica, mentre al contrario il mercato non è libero ma controllato da cartelli; non è efficiente, perché non tende ad aumentare la produzione di beni della vita né a prevenire o curare le crisi, ma a produrne in continuazione, per speculare e condizionare i governi grazie ad esse; ed essendo un mercato dominato dalla finanza, non tende a produrre più ricchezza reale. In sesto luogo, nella recessione-stagnazione economica si tende a non vedere che esse sono tali solo per la popolazione generale, mentre per l’élite dominante, per i manovratori, esse comportano un grande incremento di ricchezza e potere rispetto alla società complessiva. I detentori apicali del potere, i pianificatori-manovratori di lungo termine, da qualche decennio si stanno servendo delle dinamiche del capitalismo finanziario (che distrugge insieme le sicurezze private e le strutture pubbliche rappresentative dei popoli), nonché della sua capacità di condizionare i comportamenti collettivi e individuali, allo scopo di preparare e attivare gli strumenti per la riduzione della popolazione, dei consumi e delle emissioni: riduzione che pare indispensabile per salvare il pianeta.

In queste ottiche, lo sviluppo economico è stato fermato e avviato alla sua inversione dal cartello mondiale privato della moneta e del credito attraverso la creazione orchestrata di una carestia monetaria,  giustificata con false teorie economiche, e che moltiplica le ricchezze della classe globale dominante diffondendo la povertà nella popolazione generale. Analogamente, la dinamica (“animal spirits”) del profitto capitalistico e monopolistico viene sfruttata per creare, attraverso la privatizzazione della produzione e del commercio delle risorse alimentari (terreni, sementi, chimica) nelle mani di un cartello globale, i presupposti per una carenza alimentare generale nel terzo mondo. Questa condizione orchestrata di carestia alimentare globale, combinata con la carestia monetaria, in una prima fase opera una progressiva estrazione di ricchezza e reddito dalle nazioni (cittadini, imprese, settore pubblico), e in una seconda fase prepara la soluzione del problema eco-demografico, appoggiata da farmaci contaminati e contaminanti alimentari nonché ambientali che abbassano le difese immunitarie e la fertilità, minano il sistema nervoso, e innalzano la morbilità soprattutto degenerativa nella popolazione generale. Il nemico della biosfera, dell’ambiente, ultimamente sono i sette miliardi di sovrappopolazione, coi loro consumi e le loro emissioni – e quella sopra sembra essere la cura che è stata pianificata. Vorrei ricordare quanto sopra a coloro che credono ancora che si possa rilanciare la natalità e lo sviluppo economico.

Marco Della Luna

tratto da: (clicca qui)