“ORA SUICIDATEVI VOI !”. Tagliente  risposta del movimento AntiEquitalia allo sciopero dei dipendenti del famigerato Ente che protestano sull’incertezza del loro futuro lavorativo

 

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RISPOSTA SFERZANTE  degli ANTI-Equitalia allo sciopero ” Fabi ” (Sindacato dipendenti bancari), che non vuole concorsi o selezioni  ma ripristinare l ‘aggio di riscossione (ai danni degli utenti morosi per difficoltà) per garantirsi, a prepotenza, lo status di intoccabili accozzati ;

<< RENZI  MERCOLEDI’ CI SENTIRA’ !!! >>  

BASTA REGALI ALLE BANCHE : ai veri evasori dei paradisi fiscali UE, i banchieri padroni di Bankitalia, per i loro 10.000 esuberi, già parcheggiati “provvisoriamente” in Equitalia, l’ erario versa stipendi e contributi, prelevandoli dai pagamenti dei poveri utenti vessati. 

Senza concorso pubblico e con contratto privato bancario (da 14 mensilità), la pubblica funzione, in sfregio ad ogni principio costituzionale di trasparenza e legalità, abdica ancora ai comodi dei poteri forti, ladri così, anche dei posti di lavoro altrui;

Vedi www.AntiEquitalia.org

 

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2016.11.11 – Biometria facciale, già foto-schedato un americano su due

Posted by Presidenza on 11 Novembre 2016
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L’Italia per ora lancia un bando: “Strumento utile per l’antiterrorismo”. Il ministro dell’interno Angelino Alfano ha annunciato un potenziamento del sistema di sicurezza che include anche questo genere di tecnologia.

 

Oggi, Facebook vanta oltre un miliardo e mezzo di utenti. Le loro facce sono pubbliche. Una colossale auto-schedatura planetaria. Non è uno scherzo: c’è chi sta lavorando per “classificare” ogni inviduo, magari utilizzando telecamere di sorveglianza nelle strade. Oggi, un americano adulto su due – cioè 117 milioni di persone – ha già avuto le sue foto sottoposte a questo genere di ricerche. In pratica, scrive la “Stampa”, si impiegano «algoritmi utilizzati dalle polizie di una trentina di Stati come fossero un semplice motore di ricerca». All’occorrenza, «si immette l’immagine del presunto criminale e si cerca un possibile collegamento con una foto tratta dalle banche dati delle patenti di guida o delle carte d’identità». O magari da Facebook, che è così comodo – ora, scrive Gianfranco Carpeoro proprio nella sua pagina Fb, meglio si capisce il nome, “faccia-libro”, del mega-network creato da Mark Zuckerberg all’indomani dell’11 Settembre, quando la Cia scoprì la necessità di dover controllare l’identità, l’orientamento e i movimenti di milioni di individui.

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Biometria

 

 

 

 

A svelare che il 50% della popolazione statunitense è già stata sottoposta a schedatura digitale, con l’impiego di sofisticate tecnologie per il riconoscimento facciale, è un autorevole istituto, il “Center on Privacy & Technology” della Georgetown University. La tesi della ricerca, scrive Carola Frediani sul quotidiano torinese, è che l’adozione del riconoscimento facciale sia inevitabile, anche ai fini di sicurezza, e non possa o debba essere fermato, benché attualmente non sia ancora regolamentato. «Tra le criticità, dice lo studio, c’è il modo in cui sono usati questi sistemi: un conto è fare una ricerca per identificare qualcuno che è stato fermato o arrestato, un altro paio di maniche è avere l’immagine di un sospetto presa da una videocamera e cercarla in un database composto dalle patenti di comuni cittadini o da immagini riprese da videocamere mentre sono per strada». Nel primo caso si tratta di una ricerca mirata e al contempo pubblica, palese; nel secondo è invece tanto generica quanto invisibile. «Oggi, ogni dipartimento o agenzia locale americana fa quello che vuole».

Andando a pescare dagli archivi delle patenti, però, l’Fbi sta costruendo una risorsa di dati biometrici che include cittadini rispettosi della legge, continua la “Stampa”. Storicamente, invece, le impronte digitali e il Dna erano sempre stati raccolti solo in relazione ad arresti o indagini criminali. Tutto ciò, dice lo studio, non ha precedenti ed è problematico. Così come lo è l’impiego di video in tempo reale, registrati dalle telecamere di sorveglianza: sono almeno cinque i dipartimenti di polizia che utilizzano funzioni di riconoscimento facciale di questo tipo su videocamere in strada. Inoltre, continua la Frediani, su 52 agenzie che adottano questa tecnologia, solo una proibisce espressamente il suo utilizzo per monitorare individui coinvolti in attività politiche o religiose. «Il rischio di utilizzi impropri, discriminatori ad esempio verso afroamericani o minoranze, è alto». Senza contare l’affidabilità (relativa) del sistema: solo due agenzie hanno subordinato l’acquisto a test di efficacia. E una delle maggiori aziende del settore, FaceFirst, che sostiene di avere un tasso di accuratezza del 95%, declina ogni responsabilità nel caso in cui non raggiunga la soglia prevista. «A ciò, va aggiunta l’assenza di controlli e meccanismi per rilevare eventuali abusi: solo nove agenzie su 52 registrano le ricerche effettuate nei database dai loro agenti».

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Riconoscimento facciale da videocamere di sorveglianza in strada

 

 

 

E l’Italia? Per ora lancia un bando: “Strumento utile per l’antiterrorismo”. L’industria del riconoscimento facciale, aggiunge Carola Frediani, è spinta anche dalle richieste di sicurezza degli Stati. Tra gli utilizzi più diffusi finora – ad esempio in Turchia – c’è la ricerca del volto di qualcuno fermato a una frontiera, dopo averlo fotografato con lo smartphone, e avendone poi collocata l’immagine su un database di sospettati o criminali. «Più complessa, ma molto ambita dalle forze di sicurezza, la ricerca fatta su immagini registrate da telecamere a circuito chiuso o riprese in tempo reale da videocamere di sorveglianza». Ambizione espressa anche del governo italiano, che con il ministro dell’interno Angelino Alfano aveva annunciato un potenziamento del sistema di sicurezza del nostro paese, che includeva anche questo genere di tecnologia. «Lo scorso novembre è stata indetta una gara pubblica da 56 milioni di euro per la fornitura di sistemi di videosorveglianza (per edifici pubblici e per il territorio) con funzioni di analisi video in tempo reale e riconoscimento facciale».

In mano a uno stalker, però, questo dispositivo può diventare un’arma pericolosa, avverte la “Stampa”: «Una delle applicazioni commerciali più inquietanti del riconoscimento facciale è quella già adottata da alcune piattaforme di appuntamenti, come la russa FindFace», che utilizza una tecnologia avanzata «per abbinare foto scattate a sconosciuti per strada, per esempio attraverso lo smartphone, con i volti dei profili di iscritti a Vkontakte, una sorta di Facebook russo». Secondo i suoi creatori avrebbe un tasso di successo del 70%. Alcuni utenti che lo hanno testato sono riusciti a identificare donne fotografate in altri contesti. «È chiaro che il potenziale per stalking e abusi di ogni tipo è altissimo», ammette Frediani. Tutt’altro utilizzo è invece quello pensato dalla app di dating Heystax, che lavora sullo studio delle espressioni facciali dei suoi utenti mentre sono impegnati in una videochiamata con un potenziale partner. La pretesa qui è solo di «valutare la compatibilità emozionale della coppia».

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Vkontakte, il Facebook russo

 

 

 

Infine, il sistema può permettere l’ingresso in alcuni edifici solo a determinate persone. «L’efficacia maggiore delle tecnologie di riconoscimento facciale avviene nei cosiddetti contesti cooperativi, laddove cioè le persone si fermano e si fanno volutamente inquadrare da videocamere», spiega la giornalista. «Un utilizzo che funziona per dare l’accesso a luoghi riservati: per esempio edifici o cantieri con esigenze particolari di sicurezza». L’azienda israeliana Fst Biometrics pubblicizza da qualche anno un sistema che dovrebbe funzionare da pass di ingresso negli edifici, al posto di chiavi, badge e password. Basta dare inizialmente una propria foto al sistema e poi, al momento dell’accesso, farsi inquadrare dalla videocamera. Tra le aziende in Italia c’è Eurotech a lavorare proprio su questo genere di applicazioni, promettendo un tasso medio di identificazione del 95%. Può monitorare il transito di un visitatore in un edificio o abbinare il suo volto a un documento precedentemente registrato per identificarlo.

tratto da: (clicca qui)

 

2016.11.10 – Il ParadisoTerrestre – 3° parte

Posted by Presidenza on 10 Novembre 2016
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Foto della terra da internet

Dopo “La Grande Truffa” proponiamo un altro libro di Paolo Maleddu: IL PARADISO TERRESTRE.

In questa sua opera Paolo continua la sensibilizzazione su temi scottanti e semisconosciuti dalla popolazione:

Perché viviamo perennemente angosciati e pesantemente indebitati? E con chi ?

Ci verrà semplicemente dimostrato che viviamo vittime di pochi carnefici che con subdoli mezzi ci sottraggono il frutto di tutto il nostro lavoro e ci riducono in schiavitù.

Grazie Paolo

 

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Il ParadisoTerrestre

3° parte

 

…………………..

Oltre a queste prime tre caratteristiche fondamentali di una sana moneta di

proprietà del popolo (non velenosa come quella emessa dalla Banca Centrale),

se ne possono aggiungere diverse altre per meglio qualificarla.

La moneta è … il mezzo di scambio universale.

 Il biglietto del treno dà diritto a percorrere un tragitto tra due stazioni.

Il biglietto del teatro dà diritto ad assistere ad una rappresentazione teatrale.

Il biglietto dello stadio consente l’ingresso ad una determinata partita di calcio.

La moneta è invece un biglietto universale, in quanto dà accesso a tutti questi

servizi e a tanti altri ancora.

I tagliandi per treno, stadio e teatro perdono il loro valore una volta esaurita la

rappresentazione teatrale o l’incontro di calcio ….

“La moneta continua a circolare dopo ogni transazione perché, come ogni

unità di misura, è un bene ad utilità ripetuta.”

Giacinto Auriti

 La moneta è ”il certificato di un lavoro svolto”. Ezra Pound

 La moneta è … “un titolo di richiesta per ottenere beni reali e servizi”

                          Gertrude Coogan

 

Capitolo II

 Sistema postale e sistema monetario

 

Il sistema postale ed il sistema monetario funzionano in modo simile.

 

Sistema postale e Posta Centrale

Lo scopo dell’esistenza del sistema postale e della sua Posta Centrale è

di far viaggiare e movimentare le lettere tra la popolazione nella

maniera più rapida ed efficace possibile. La Posta Centrale stampa

tutti i francobolli necessari a distribuire le lettere.

Con dieci lettere da consegnare, dieci francobolli devono essere stampati e

messi a disposizione della messe a disposizione della popolazione.

Se si stampano solo sei francobolli, quattro lettere non saranno consegnate ai quattro rimanenti destinatari.

 

Sistema monetario e Banca Centrale

Lo scopo dell’esistenza del sistema monetario e della Banca Centrale è di far viaggiare e movimentare le merci tra la popolazione nella maniera più rapida ed efficace possibile. La Banca Centrale stampa tutte le banconote necessarie a distribuire le merci.

Con dieci pasti da consumare, dieci banconote devono essere stampate e messie a disposizione della messe a disposizione della popolazione.

Se si stampano solo sei banconote, quattro pasti non saranno consegnati ai quattro rimanenti destinatari.

 

Se i vertici della Posta Centrale, o della Banca Centrale, non riuscissero davvero a far funzionare un sistema così elementare, delle due una: o sono degli autentici imbecilli, o sono in perfetta malafede.

Fanatici criminali sicuramente sì, ma anche così stupidi?

Succede che la Posta Centrale riesce a non far mai mancare i francobolli alle

persone che ne facciano richiesta, mentre la Banca Centrale riesce a non

soddisfare mai le esigenze di tutte le persone che cercano banconote.

Nel Sistema Postale ci sono sempre tutti i francobolli che permettono alle

lettere di arrivare ai loro destinatari, nel Sistema Monetario non ci sono mai

tutte le banconote che permetterebbero ai pasti di arrivare agli affamati.

Mai nessun suicidio per mancanza di francobolli; molti, troppi suicidi in tutto il

mondo per mancanza di banconote.

Badate bene: non per mancanza di pasti da mangiare, il che sarebbe si un

problema preoccupante, ma di banconote da stampare.

Cento lettere, cento francobolli; cento pasti, cento banconote.

É troppo complicato?

 

“Il Governo deve creare, emettere e far circolare tutta la moneta e il

credito necessario a coprire il potere di spesa del Governo e quello

d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta

non è solo prerogativa suprema del Governo, ma è la principale

opportunità creativa dello stesso.”

Abraham Lincoln, 16° Presidente degli Stati Uniti

Come mai il Presidente della Repubblica, il Presidente del Governo, o lo stesso

Parlamento degli “eletti”, tutti molto preoccupati e perennemente alla ricerca di

una soluzione, non chiedono al direttore della Posta Centrale di spiegare

gentilmente al direttore della Banca Centrale come funziona questo sistema

tanto elementare?

Saranno anche loro tutti così stupidi?

Per meglio renderci conto della drammaticità della situazione, è bene tenere a

mente che donne e bambini, nella grande “Isola dei non famosi, non ripresi

da nessuna Tv e quindi non esistenti” , continuano a morire di fame, in

presenza di montagne di cibo che andrà a male se non consumato, per

mancanza di un biglietto di carta.

Qualcuno si illude ancora di non essere prigioniero dentro il recinto mediatico?

Il francobollo di Stato è la misura del valore di un servizio …

Il biglietto delle Ferrovie dello Stato è la misura del valore di un servizio …

Il biglietto dei Traghetti di Stato è la misura del valore di un servizio …

Il biglietto di Stato è la misura del valore di un servizio …

I biglietti delle Ferrovie, del traghetto, della Compagnia Aerea di Stato, valgono

solo per quei determinati servizi.

Il biglietto di Stato è universale, dà accesso ad ogni genere di beni e servizi.

Ora, è solo anche lontanamente pensabile che non si stampino sufficienti

francobolli di Stato o i biglietti delle Ferrovie dello Stato?

Potete anche solo immaginare la Compagnia Aerea che dicesse: “Abbiamo

aerei che volano, aeroporti, migliaia di dipendenti da pagare, ma non possiamo

prendervi a bordo perché non ci sono biglietti …”

Ridicolo.

La prossima volta che sentirete il Presidente del Consiglio o il Presidente della

Repubblica dire che non ci sono soldi, saprete che ci stanno prendendo per i

fondelli: ingannandoci intenzionalmente dimostrano di non aver nessun

rispetto per la nostra intelligenza, confermando di considerarci carne da

macello, una mandria di bovini, il gregge umano.

Continuiamo a metterli sul piedistallo, rieleggiamoli, legittimando col nostro

voto la loro autorità e meritandoci la poca stima che hanno di noi.

…………………………………….

 

Capitolo III

Origine del valore monetario

 

C’è da costruire un ponte di notevoli dimensioni su un territorio accidentato che ne rende problematica la realizzazione.

Una montagna di soldi è a disposizione, ma gli ingegneri non riescono a

superare le difficoltà che si presentano e i materiali da impiegare (acciaio ed

altri metalli uniti a manufatti ultraleggeri) non offrono sufficienti garanzie.

La tecnologia, per il momento, non è all’altezza.

Nonostante la montagna di soldi, il ponte non si può realizzare.

Secondo caso: c’è la tecnologia, ma i politici, molti per ignoranza ed altri in

malafede, continuano a ripetere che “…non ci sono soldi…”: la grande

menzogna spacciata per verità ad una popolazione appositamente tenuta

ignorante in materia monetaria.

Quando la tecnologia lo permette, si può realizzare qualsiasi infrastruttura.

Sempre.

Il Ministero per le Infrastrutture assegna il lavoro ad una impresa che dà le

sufficienti garanzie.

Una volta eseguito il lavoro, la società civile, diretta beneficiaria dell’opera

realizzata, deve dare il giusto compenso a ingegneri ed operai dell’impresa

costruttrice.

Attraverso lo Stato (ente virtuale creato dalla nostra mente) che ci

rappresenta, emettiamo un documento, una certificazione che attesti che

quei lavoratori hanno portato a termine il compito loro assegnato e vantano

ora un credito nei confronti della società civile.

Il certificato di un lavoro svolto (il denaro che verrà consegnato loro) misura il

valore della loro prestazione e verrà utilizzato come mezzo di scambio e titolo

di richiesta per ottenere beni reali e servizi dalla comunità debitrice.

Se non ci dovesse essere la necessità immediata di acquistare merci, quei

certificati (i biglietti di Stato) potranno riposare nel cassetto per un tempo

indefinito in quanto sono anche contenitori di valore con potere d’acquisto.

 “Il certificato di un lavoro svolto” diventato “un titolo di richiesta per

ottenere beni reali e servizi”, funge da unità di misura del valore

dell’opera eseguita, da mezzo di scambio per l’acquisizione di altre merci, e

contenitore di valore con potere d’acquisto sino al momento dell’utilizzo.

Il ponte è il valore aggiunto per la società.

Il ponte, non il denaro, è la vera ricchezza.

Il denaro è la misura di tale ricchezza, il certificato del lavoro svolto da

ingegneri ed operai che, utilizzandolo nella sua funzione di mezzo di

scambio, possono adesso barattarlo con altre merci e servizi.

Si conclude il baratto tra il lavoro di alcuni con quello di altri.

continua………

 

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Paolo Maleddu

 

 

 

2016.11.07 – Putin: chi terremota il mondo vi sta portando via il futuro

Posted by Presidenza on 7 Novembre 2016
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Il leader russo è categorico: Mosca «non ha intenzione di attaccare nessuno»; pensarlo è «sciocco e irrealistico. E’ semplicemente assurdo concepire anche tali pensieri». Poi Putin ironizza sulla «isteria degli Stati Uniti circa una presunta ingerenza russa nelle elezioni presidenziali americane»; e rivolgendosi alla platea, «lo chiedo a voi: qualcuno seriamente pensa che la Russia possa in qualche modo influenzare la scelta del popolo americano? Cos’è l’America? Una Repubblica delle Banane o un grande potenza?»

 

«Tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90, c’è stata la possibilità non solo di accelerare il processo di globalizzazione, ma anche di dare ad esso una diversa qualità e renderlo più armonico e sostenibile. Ma alcuni paesi che si vedevano vincitori della Guerra Fredda hanno colto l’occasione per rimodellare l’ordine politico ed economico globale solo per soddisfare i propri interessi». A parlare è il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, di fronte ai 150 rappresentanti di 53 paesi che hanno partecipato alla riunione annuale del Club Valdai, uno dei più prestigiosi spazi internazionali di confronto e analisi tra l’élite economica e culturale russa e quella del resto del mondo. Il discorso di Putin va letto con attenzione perché rappresenta non solo un atto di accusa diretto alle politiche dell’Occidente, ma anche un’analisi realista e in qualche caso ironica di ciò che l’egemonia americana sta imponendo. Questi paesi, ha continuato Putin, «nella loro euforia, hanno sostanzialmente abbandonato dialogo e parità con gli altri attori della vita internazionale, hanno scelto di non migliorare né di creare istituzioni universali, ma di portare il mondo sotto le loro organizzazioni, le loro norme e le loro regole».

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Vladimir Putin

 

 

Putin si scaglia contro l’Occidente, contro le sue guerre umanitarie e i suoi tentativi di esportare la democrazia fuori da una cornice multipolare: le guerre in Serbia, in Iraq, in Afghanistan e in Libia «spesso condotte senza le relative decisioni del Consiglio di Sicurezza Onu»; e poi ancora hanno deciso «di spostare l’equilibrio strategico a proprio favore distaccandosi dal quadro giuridico internazionale che proibisce l’implementazione di nuovi sistemi di difesa missilistica»; hanno «creato gruppi terroristici le cui azioni hanno generato milioni di profughi, e gettato intere regioni nel caos». Putin definisce la “minaccia militare russa” con cui l’Occidente sta costruendo la nuova Guerra Fredda, un «business redditizio da utilizzare per pompare denaro fresco nei bilanci della difesa, espandere la Nato fino ai nostri confini». Il leader russo è categorico: Mosca «non ha intenzione di attaccare nessuno»; pensarlo è «sciocco e irrealistico. I paesi membri della Nato insieme con gli Stati Uniti hanno una popolazione totale di 600 milioni circa; la Russia solo 146. E’ semplicemente assurdo concepire anche tali pensieri».

Poi Putin ironizza sulla «isteria degli Stati Uniti circa una presunta ingerenza russa nelle elezioni presidenziali americane»; e rivolgendosi alla platea, «lo chiedo a voi: qualcuno seriamente pensa che la Russia possa in qualche modo influenzare la scelta del popolo americano? Cos’è l’America? Una Repubblica delle Banane o un grande potenza?». Ma la denuncia più violenta di Putin è contro l’élite tecnocratica che sta scippando il valore della sovranità. Nelle democrazie più avanzate «la maggioranza dei cittadini non ha alcuna reale influenza sul processo politico e sul potere». Le persone avvertono «un divario sempre crescente tra i loro interessi e quelli dell’élite che governa i processi». E quando, attraverso le elezioni o i referendum, i cittadini scelgono in maniera diversa rispetto a quello che l’élite vorrebbe, ecco che essa trasforma la volontà popolare in “anomalia” o immaturità o incapacità di scegliere. E ciò che in maniera sprezzante viene definito populismo, per Putin è «gente comune, cittadini che stanno perdendo fiducia nella classe dirigente».

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Putin insieme ai presidenti di Cina, Kazakhstan e Kyrgyzstan

 

 

Sembra che le élite non vedano il dissesto profondo nella società e «l‘erosione della classe media, mentre allo stesso tempo, esse impiantano ideologie distruttive per l’identità culturale e nazionale». Putin avverte: «E’ la sovranità la nozione centrale di tutto il sistema delle relazioni internazionali. Il rispetto per essa e il suo consolidamento contribuirà a sottoscrivere la pace e la stabilità sia a livello nazionale e internazionale». Quello di Putin è un monito a chi si diverte a disegnare un nuovi ordini mondiali sulla pelle di nazioni e popoli; un avvertimento agli alchimisti della finanza globale e ai guerrafondai umanitari che alimentano le rivoluzioni colorate, le guerre civili e il terrorismo per generare il caos funzionale ai propri progetti egemonici. Quella di Putin è l’analisi realista della deriva dell’Occidente ed una prospettiva anche per l’Europa: disegnare un sistema multipolare che metta «fine alla divisione del mondo in vincitori e vinti permanenti». L’unica speranza per scongiurare una crisi internazionale senza ritorno.

tratto da: (clicca qui)

 

Sembra il 1875, dopo quasi un secolo e mezzo il nativo popolo  Sioux sta ancora combattendo per la sua terra. Il popolo Dakota (Sioux), da sempre vittima dell’arroganza colonizzatrice dello Stato terrorista americano, continua a combattere per la sua terra. I Trattati americani, che parlano di sovranità Dakota sulle loro terre, continuano ad essere solo carta straccia e quando si tratta di sfruttare le loro risorse, petrolio, gas, carbone, uranio, acqua, ecc., devono subire lo scippo da parte dello Stato.

 

 

di Mark Sandeen

 

Due dei problemi più importanti del nostro Paese, il razzismo e il cambiamento climatico, si sono scontrati in una riserva del North Dakota. Questa settimana ho caricato la mia station wagon con acqua e provviste, e ho guidato per andare a dare un’occhiata a una dimostrazione storica che potrà dare nuova forma al dialogo nazionale per il futuro.

 

La scorsa settimana la tribù Sioux di Standing Rock in North Dakota è assurta a eroe del cambiamento climatico quando, con poca influenza politica e senza essere portata alla ribalta dai media, ha fermato la costruzione dell’oleodotto Dakota Access, il cui costo è preventivato in 3,7 miliardi di dollari. Dopo che il capotribù David Archambault II e altri Sioux sono stati arrestati per aver piazzato delle barricate al fine di bloccare le scavatrici, Leonardo Di Caprio ha twittato di essere stato ispirato da loro e Bill Mc Kibben ha descritto i Nativi Americani come «l’avanguardia del movimento». Non appena la tribù ha citato in giudizio lo U. S. Army Corps of Engineers perché fermasse i suoi uomini che stanno scavando sotto il fiume Missouri, che si trova subito a monte rispetto alla loro terra, è nato l’hashtag (impronunciabile e sgraziato) #NoDAPL, acronimo di No Dakota Access Pipeline.

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Contemporaneamente la sfida ha evocato il pessimo passato – e presente – razziale dell’America. «Sembra il 1875 perché i Nativi stanno ancora combattendo per la loro terra», ha twittato lo scrittore nativo Sherman Alexie. Archambault  avrebbe potuto descrivere Ferguson o Baltimora quando, sul «New York Times» ha screditato la selezione razziale e ha sostenuto che «lo Stato ha militarizzato la mia riserva». In un tocco di stupidità epica, che sarebbe divertente se non servisse a rivelare quanto l’opinione comune sia convinta che le persone di colore sono violente, quando i Lakota hanno invitato i parenti a impacchettare i loro calumet [peacepipe] e radunarsi con loro in segno di solidarietà, lo sceriffo (bianco) della contea ha pensato che si riferissero a bombe tubo [pipebombs].

Entro lo scorso weekend parecchie migliaia di Nativi Americani sono arrivate da tutto il Paese a Standing Rock, la riserva di 3500 miglia quadre con 8250 abitanti. A loro si sono uniti una piccola rappresentanza di bianchi e un certo numero di attivisti di Black Lives Matter di Minneapolis. L’accampamento si trovava subito fuori dei confini, sulla terra che è sotto l’amministrazione dell’esercito. I soldati hanno bloccato l’autostrada verso Bismarck, dando ai manifestanti – o «protettori», come insistono a voler essere chiamati – la possibilità di allontanarsi ma non di tornare. Presso la corte distrettuale del District of Columbia i legali della tribù sostengono che l’oleodotto inquinerebbe la loro acqua e desacralizzerebbe i sacri siti di sepoltura. Il giudice James E. Boasberg ha affermato che deciderà nelle prossime settimane se emettere un’ingiunzione contro la corporation che costruisce l’oleodotto Dakota Access, una consociata della Phillips 66 e una compagnia texana, la Energy Transfer.

Intuendo che stanno per esplodere i due problemi americani in equilibrio più instabile – il razzismo e il cambiamento climatico –, ho tolto i sedili posteriori alla mia station wagon, ci ho infilato dentro un materasso, cinque galloni d’acqua e provviste per cinque giorni, e sono partito per Standing Rock.

Appena dopo il tramonto sono arrivato alla sommità di un colle sopra il Cannonball River e là sul fondo rigoglioso di erba ho potuto osservare un classica icona americana: una ventina di teepee e un mucchio di tende illuminate da fanali di auto e falò, ricoperte da una nebbia di polvere di pneumatici e fumo di legna, e cavalieri che galoppavano a pelo su cavalli dipinti. All’interno del cerchio centrale di falò, ho visto uomini che battevano sui tamburi, circondati da donne che cantavano con loro vecchi canti lakota ben oltre mezzanotte, sostenendosi con caffè, sigarette e pasticche per la tosse.

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Ho parcheggiato vicino a un gigantesco teepee sulla riva del fiume, ho dormito in macchina e al mattino ho incontrato i miei vicini, una delegazione di anziani Pawnee che erano arrivati da Broken Arrow (in Oklahoma), dopo un viaggio in auto durato diciotto ore. Fino a che punto non sapessi in che cosa mi stessi infilando è stato chiaro quando il capo Morgan Little Sun, 58 anni, un cordiale e affabile saldatore e costruttore di teepee, mi ha detto che la sua maggiore preoccupazione nel recarsi qui non erano i poliziotti, ma le tribù Sioux.

 «I Pawnee e i Sioux si odiano da sempre», ha affermato. Anche se le tribù avevano firmato un trattato di pace, LittleSun aveva visto ostilità e anche scontri durante i pow wow [raduni di Nativi].

 Ho chiesto quando le tribù Pawnee e Sioux avessero firmato questa pace agitata.

 «Centocinquant’anni fa».

 Per quel che ne sapeva Little Sun, questa era la prima volta da allora che dei capi Pawnee si erano spinti così avanti in territorio Sioux. Mentre le date dei trattati e delle guerre indiani sono particolari da test di storia che la maggior parte dei bianchi (come me) tende a dimenticare, Little Sun era uno dei tanti Nativi americani che ho incontrato per cui il passato non era davvero morto (come si dice) e nemmeno passato. Snocciolavano questi eventi del diciannovesimo secolo come se fossero accaduti il giorno prima, e questo raduno a Standing Rock era l’occasione per tentare di fare la storia in un modo nuovo. Il sito dove ci trovavamo si chiama Seven Councils Camps, per indicare la prima volta che tutte le bande di Lakota si erano radunate in un unico posto in più di un secolo. Quel pomeriggio la nazione Crow aveva marciato nel campo con i copricapo da guerra, sventolando bandiere, cantando e lanciando grida di gioia, portando un calumet e un carico di carne di bisonte, offrendo il primo vero tentativo di riconciliazione dal 1876, quando i Crow avevano fatto da guida a Custer a Little Bighorn, dove la cavalleria statunitense aveva ricevuto un calcio nel suo beneamato sedere dai Lakota. Al momento dell’ultimo conteggio i rappresentanti di più di centoventi nazioni tribali erano arrivati, anche da posti lontani come le Hawaii, il Maine, la California e il Mississippi.

Ma quando ho chiesto a Little Sun, la cui tribù vanta con fierezza una tradizione di ladri di cavalli, se si sentisse a disagio qui, ha scosso la testa con enfasi e la sua faccia si è allargata in un sorriso. «È la cosa più bella che abbia mai visto», ha detto. Per tutta la giornata sconosciuti sono entrati nel suo accampamento offrendo cibo e legna per il fuoco e chiedendogli a quale tribù appartenesse. Alla sua risposta non hanno fatto un passo indietro, ma lo hanno abbracciato come un fratello, uno zio, un anziano. «Quando però ho innalzato la bandiera Pawnee su un palo», ha aggiunto Little Sun ridendo, «tutti hanno spostato i loro cavalli dall’altro lato del campo!»

Una serie di cucine erano aperte ventiquattr’ore su ventiquattro per fornire pasti gratis a circa mille persone. Un microfono era a disposizione di chiunque volesse parlare e per tutta la lunga giornata calda un viandante dopo l’altro ha descritto quanto fosse meraviglioso essere lì, quanto fosse importate vedere Nativi Americani di tutte le nazioni radunati per uno scopo comune. Certo, ho visto passione e rabbia e solennità, ma la cosa principale che ho visto è stata la gioia. C’era chi aveva ritrovato parenti persi di vista da tempo. I genitori erano venuti con i figli e una scuola improvvisata teneva lezioni di come si cavalca e come si prepara il fry bread. T-shirt e striscioni con slogan ironici come nativi con stile o fuori da pine ridge accennavano a gioventù, orgoglio e immersione nella cultura politica pop. Un gruppetto di maschi adolescenti su un camioncino è passato a fianco a tre ragazze carine e ha chiesto speranzoso: «Di che tribù siete?» Ci sono stati canti, danze e preghiere, capanne sudatorie e kayak e nuotate, un normale paradiso nativo americano.

Oltre al piacere che chiaramente provavano a essere non una minoranza, ma la schiacciante maggioranza, in quanto reporter bianco provavo un certo fastidio all’idea di tirar fuori penna e taccuino per far domande in giro. Ho bazzicato per lo più l’accampamento Pawnee, e ogni mattina ho fatto il caffè per i miei vicini che avevano dimenticato il bricco. A differenza di molte nazioni tribali il cui numero è aumentato durante lo scorso secolo, i Pawnee, che sono stati fatti spostare a piedi dal fiume Missouri all’Oklahoma, contano solo 3482 membri registrati. I capi mi hanno detto che recarsi agli uffici dell’anagrafe dopo mesi quando il numero dei morti sopravanza quello dei nati era straziante.

Qualche giorno prima del mio arrivo alcuni funzionari statali avevano portato via un’autocisterna d’acqua che era a disposizione dei manifestanti. Forse pensavano di aver a che fare con una banda di cacciatori che morivano di fame, facili pertanto da allontanare spaventandoli, invece che con una nazione sovrana con i propri governo, polizia, posta e stazioni radio.

«Sembra il 1875 perché i Nativi stanno ancora combattendo per la loro terra»

Per ore la tribù Sioux di Standing Rock aveva tirato su le proprie infrastrutture: file di toilette portatili, serbatoi d’acqua, un camper attrezzato per risolvere qualsiasi emergenza, cassonetti, ambulanze, un autoarticolato refrigerato. Nel frattempo ogni delegazione arrivava con contanti e cibo. Tonnellate di cibo. Ho trascorso una giornata a cucinare polpette stufate nella cucina principale e ho scoperto, oltre al resto, una tenda da quattro colma sino alla cima di sacchi di farina. La tribù aveva anche una sua impresa di produzione di carne. La nazione Yakima (dello stato di Washington) ha noleggiato una trattrice con rimorchio riempito di pallet pieni di frutta fresca e acqua in bottiglia. Sono state ricevute anche donazioni piccole: qualcuno ha inviato quattro pacchetti di noodle Lipton. Quando chiedevo quanto a lungo avevano pensato di fermarsi, la maggior parte rispondeva: «Sino alla fine».

Un giorno ha fatto così caldo che ho preso la macchina per andare a controllare la mail sotto l’aria condizionata del Prairie Knights Casino and Resort, di proprietà della tribù. Dopo giorni trascorsi a parlare di spirito e giustizia sotto il grande cielo aperto, è stato uno choc chiudersi nella taverna scura e fresca dei casinò, con gli ABBA sparati a palla dagli altoparlanti di un televisore grande il doppio della mia auto. Ho guardato cinquantotto anziani scendere da un torpedone proveniente da Bismarck, tutti e cinquantotto caucasici, e non appena hanno buttato le loro pensioni dentro ai «banditi con un braccio solo», mi sono chiesto se sapessero che poco distante si stava sottoscrivendo la disobbedienza civile.

L’unica nota di freddezza che ho trovato nei Sette Concili è stato un accampamento in un boschetto di pioppi (il Red Warrior Camp), circondato da una staccionata cui sono appesi cartelli sui quali si legge: no media. no turisti. fare il check in con la sicurezza. Un’organizzatrice mi ha detto che il campo è stato addestrato alla azione diretta non violenta.  «Qualsiasi cosa accada nel Red Warrior Camp resta nel Red Warrior Camp», sostiene. Quando mettono un microfono fuori dal cancello, la loro retorica include lo stesso messaggio di solidarietà e spirito, ma con un tono più militante. La gente del campo era più giovane, qualcuno di loro era bianco, alcuni vestivano uniformi mimetiche e avevano una bandana sulla faccia. Mi è stato detto che molti degli attivisti arrivavano dalla Riserva indiana Pine Ridge del South Dakota, luogo del massacro di Wounded Knee del 1890 e della rivolta del 1973, che reca ancora il segno di una missione che pareva impossibile ma è stata felicemente portata a termine dai giorni dell’American Indian Movement. A differenza della tribù di Standing Rock, che corteggia i reporter mainstream, il Red Warrior annuncia il suo messaggio su Facebook. Non ho cercato di entrare nel campo, ma ho incontrato alcuni dei giovani nativi che ci vivevano. «Per chiamarsi Red Warrior Camp», ha scherzato uno di loro, «ci sono davvero molti guerrieri bianchi».

Tuttavia in cinque giorni non ho visto traccia di violenza, mancanza di leggi, alcol o anche solo ostilità. Un paio di speaker hanno addirittura dato il benvenuto ai «parenti europei» come me. Ogni giorno c’erano marce per la pace e preghiere presso il cantiere inattivo, cerimonie di benvenuto alle tribù appena arrivate, e – mentre la temperatura pomeridiana si alzava – tuffi nelle fresche acque del Cannonball, un tempo ricco di acque. «Fiume» non è la parola corretta per descrivere queste acque. Torbido, fermo e pieno di fango melmoso, è più un serbatoio, un emissario del lago artificiale creato dalla diga Ohae.

«Quando abbiamo bisogno di aiuto, ci dicono che abbiamo la sovranità. Ma quando si tratta di sfruttare le nostre risorse – petrolio, gas, carbone, uranio, acqua –, allora fanno due conti per vedere quanto ne può ricavare lo Stato».

Ho incontrato Nick Estes, un Sioux Lower Brule del South Dakota, che ricordava che quando era bambino, i nonni gli raccontavano storie riguardo al meraviglioso fiume Missouri. «Ma dopo gli anni Quaranta i racconti sono finiti». Il Pick-Sloan Missouri Basin Program ha autorizzato la costruzione di nove dighe – cinque delle quali sul territorio indiano – obbligando coloro che vivevano lungo le rive a trasferirsi. Standing Rock perse 55.000 acri, mentre l’adiacente riserva  Cheyenne River ne perse 150.000.

«Se il Dakota Access uccide il fiume», dice Estes, «sarà la sua seconda morte».

Secondo lo storico Michael Lawson, autore di Damned Indians: «La diga Ohae ha distrutto più terra indiana di qualsiasi altro progetto di opera pubblica in America». Estes mi ha detto che i suoi anziani «sono morti di mal di cuore».

Le nazioni indiane, con le loro ampie risorse naturali e il loro limitato potere politico, hanno spesso sostenuto l’onere dell’estrazione delle risorse. Per i Lakota il «Serpente nero», come molti chiamano il Dakota Pipeline, non è altro che un’ulteriore riduzione della loro terra – cioè un’ulteriore rottura dei trattati. E gli Indiani non possono fare a meno di notare che – sebbene nessuno riconosca che il motivo per cui vengono ostracizzati è il razzismo – le vittime delle varie catastrofi ecologiche da decenni sono spesso membri della loro razza. Tra dighe, sversamento di rifiuti tossici, fracking [fratturazione idraulica], fuoriuscite di petrolio e test di bombe atomiche, la lista di ingiustizie perpetrate nei confronti delle comunità di Nativi potrebbe riempire pagine e pagine.

Nel 2014 si propose di far passare il DAPL attraverso Bismarck, la capitale del North Dakota, che conta circa 61.000 abitanti, il 92 per cento dei quali è bianco. Dopo che il Corps stabilì che l’oleodotto avrebbe potuto causare la contaminazione dell’acqua potabile, si decise di ritracciarne il percorso, facendolo transitare da Standing Rock. «Questo è razzismo ambientale», ha detto Kandi Mossett, della nazione Mandan, Hidatsa e Arikara, una delle organizzatrici con l’Indigenous Environmental Network.

Questo tipo di oltraggio non è limitato agli attivisti. Russell Begaye, presidente della nazione navajo (che conta 360.000 membri ed è la più grande del Paese), è arrivato in jet dall’Arizona. Essendo l’unico in cappotto e cravatta (un gigantesco cravattino texano di turchese, per essere precisi), sembrava l’indiano americano più potente dal punto di vista politico. Quando gli ho chiesto se il fatto che progetti come il DAPL passassero sulla terra dei Nativi gli sembrasse un chiaro esempio di razzismo, Begaye ha risposto: «Certo! Avrebbero potuto farlo passare più a nord, ma non lo faranno, perché là la popolazone non è indiana». Ha citato lo sversamento di acque reflue della Gold King Mine del 2015 nel fiume Animas in Colorado, che ha inquinato le acque e le fattore dei Navajo.

La parte centrale di questo dibattito si impernia su un concetto cui la maggior parte dei non Nativi dà poco peso: la sovranità. Secondo i trattati, gli Indiani dovevano essere considerati facenti parte di nazioni autonome e con loro dovevano esserci accordi diplomatici, come con i governi stranieri. Tutto ciò non è mai accaduto. Le riserve sono state rette da agenti bianchi del Bureau of Indian Affairs non eletti dalla popolazione nativa, che hanno messo al bando la lingua e la religione native. Ma nei decenni passati, le riserve hanno istituito i propri governi e, con l’aiuto di squadre di avvocati, hanno combattuto – e in molti casi vinto – per vedere applicati i diritti sanciti dai trattati. La causa legale di Standing Rock può essere incentrata sulla sovranità. La legge prevedeva che l’Army Corps of Engineers si consultasse con la tribù prima di permettere il passaggio dell’oleodotto, ma non prevedeva che la tribù dovesse approvarlo. Quindi Standing Rock contesta il fatto che sia stata presa una decisione contro il suo parere.

«Quando abbiamo bisogno di aiuto, ci dicono che abbiamo la sovranità», dice Mossett. «Ma quando si tratta di sfruttare le nostre risorse – petrolio, gas, carbone, uranio, acqua –, allora fanno due conti per vedere quanto ne può ricavare lo Stato».

Le Nazioni unite sembrano esser d’accordo. Mercoledì il Permanent Forum on Indigenous Issues ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale il non aver consultato i Sioux sul DAPL ha violato la Dichiarazione dei diritti delle popolazioni indigene, una risoluzione del presidente Obama firmata nel 2010.

Per ciò che concerne la notorietà come «crociati del clima», i membri della tribù sioux di Standing Rock non avevano intenzione di ammantarsi della definizione. La loro causa, in cui sono rappresentati dal gruppo ambientalista Eartjustice, non fa parola di carbone o combustibili fossili. Per questo, non viene menzionato il razzismo. Si incentra strettamente su due punti: il potenziale inquinamento delle loro fonti idriche nel caso di uno sversamento e il turbamento dei siti sacri. E già la loro sfida ha creato scompiglio, e in questo momento di eccitazione, altri indigeni americani stanno mettendo sul piatto idee che uniscono le spesso alienate cause progressiste dell’ecologia e la giustizia razziale.

«Il cambiamento climatico è intrinsecamente razzista», ha detto Nick Estes, cofondatore dell’organizzazione attivista Red Nation, che sta facendo un dottorato in American Studies all’Università del New Mexico. «L’Antropocene è iniziato con l’estrazione dei combustibili fossili, che è iniziata con la colonizzazione. L’innalzamento delle temperature è iniziato con la rivoluzione industriale. E il danno è stato arrecato alle “persone sacrificabili”, sfruttando il lavoro dei neri e la terra degli indigeni».

Ci sono stati canti, danze e preghiere, capanne sudatorie e kayak e nuotate, un normale paradiso nativo americano.

 Sfumato il tentativo del diciannovesimo secolo di sconfiggere gli Europei o quello del ventesimo di assimilarsi, ora la strategia è schierare avvocati, denaro, terra, peso politico per sopravvivere loro. «Ci chiamo il popolo “weebee”», ha detto Brian Cladoosby, presidente del National Congress of American Indian. «Eravamo [we be] qui quando sono arrivati, saremo [we be] qui quando saranno andati via».

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Forse l’idea più sbalorditiva che emerge è un completo capovolgimento della narrativa del benevolo – forse paternalistico – bianco liberale che migliora le condizioni della minoranza oppressa. Le persone che ho incontrato qui hanno la sensazione che i bianchi si siano allontanati così tanto dal loro nucleo spirituale che dovrebbero essere gli Indiani a salvarli. Un artista hip-hop pawnee noto come Quese IMC (nato Marcus Frejo Little Eagle), con la barba nera, orecchini a cerchio, occhiali dalla montatura spessa e un cappello da baseball con la visiera al contrario, mi dice che sia il razzismo sia lo sfruttamento della terra derivano dallo stesso malessere: una mancanza di spiritualità che nutre una mancanza di compassione per gli altri esseri. «La terra è uno spirito, l’acqua è uno spirito, e se non si ha spirito e non si è connessi con quelle cose, sarà facile distruggerle, senza nemmeno curarsene».

Quando ho chiesto al capo LittleSun che cosa ci fosse di così grande nell’adunanza, mi ha risposto: «L’aspetto spirituale di questo movimento. Questo territorio è il posto più sacro della terra in questo momento». Questa è stata la prima volta in tutta la sua vita in cui ha preso parte a una qualche forma di protesta o movimento. Gli ho chiesto se si consideri un ambientalista. Little Sun ha scosso la testa. «Non so nemmeno cosa significhi». È stato come se gli avessi chiesto se fosse uno «skin-ist» o un «body-ist». Semplicemente non pensa a se stesso come a un’entità separata dalla terra.

Parlando all’accampamento più vasto, Begaye ha paragonato i Navajo che parlando in codice hanno contribuito a sconfiggere Hitler ai Nativi americani odierni che guidano la lotta per proteggere la terra e l’acqua. «Abbiamo sempre salvato i bianchi da loro stessi!» ha dichiarato, e la folla ha rumoreggiato in approvazione.

Con un così gran numero di festeggiamenti nel campo dei Sette Concili, la gente si è accorta a stento che i bulldozer stavano andando avanti a scavare a poche miglia dal sito da cui erano stati allontanati. Ma i Red Warriors se ne sono accorti. Prima dell’alba del 31 agosto due giovani Lakota si sono incatenati ai macchinari in un punto dove i lavori dell’oleodotto continuavano, a circa 40 chilometri dal campo.

La polizia di Stato e quella della contea sono arrivate rapidamente, hanno bloccato l’autostrada e hanno iniziato a cercare di portare via i due uomini. Dale American Horse jr, 26 anni, di Sioux Falls, South Dakota, noto con l’eccellente soprannome di Happy, era appollaiato due metri sopra il terreno, con le braccia incatenate a un’asta idraulica che torreggiava alta sopra di lui. È un bel ragazzone, ben rasato, con una spessa bandana rossa stretta appena sopra gli occhi, a coprire la treccia nera. Ha detto ben poco quando i pompieri hanno cercato di portarlo via o mentre una folla di una cinquantina di persone cantava, suonava i tamburi e prendeva in giro i poliziotti dalle facce tonde per sostenerlo.

«Avete mai indossato un’uniforme per difendere quella costituzione?» li ha scherniti un vecchio Indiano, con una lunga treccia grigia tenuta ferma da una fascia. Succhiava una sigaretta e soffiava il fumo nel vento, e quando la polizia ha impedito ai sostenitori di affumicare American Horse con il fumo della salvia, la sua voce si è levata. «È un diritto religioso che abbiamo pagato con il sangue, con la stella rossa sulla bandiera! Indossiamo tutti delle uniformi! Abbiamo vinto le guerre per voi!»

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Happy American Horse è stato portato via e arrestato dopo essere rimasto legato allo scavatore per sei ore. Clay Hall, portavoce dei Red Warriors, ha definito l’azione un successo, che ha fermato la costruzione dell’oleodotto per un giorno ed è costata alla compagnia centinaia di migliaia di dollari per il ritardo. «Alla maniera Lakota, lo chiamiamo “counting coup”», mi ha detto. «Li vinciamo con un’azione che non si aspettavano». È troppo presto per dire quanto influirà sul risultato finale il rapporto fra il Red Warrior Camp e il governo tribale di Standing Rock, o che pena sconterà American Horse. Hall ha detto che il suo gruppo non era interessato soltanto a cambiare il percorso del progetto, voleva anche uccidere il «Serpente nero».

In sintesi i Red Warriors hanno messo in scena una stupefacente guerriglia. Tredicimila persone hanno seguito l’azione live su Facebook. La foto di Happy American Horse abbracciato all’asta d’acciaio è diventata virale. Stretto al palo con una nazione libera dietro di lui, con le braccia legate, gli occhi serenamente abbassati, un uomo dalla pelle ambrata tra le mani di guardie bianche: l’immagine che è stata trasmessa dall’America al mondo è fin troppo simile a quella di un guerriero portato al patibolo. O alla croce.

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