Questo sta succedendo all’Italia, un Paese morto, finito! Vogliamo che succeda anche a noi o la smettiamo una volta per tutte di cercare di liberarci inseguendo chimere elettorali in ambito italiano ? La vogliamo capire o no che per liberarci non possiamo sperare di fare la frittata senza rompere le uova ? Dobbiamo essere uniti e determinati, imporre il nostro volere ed autogovernarci creando i nostri servizi ed emarginare quelli italiani correndo anche dei rischi, rischi che si ridurrebbero a quasi zero se a questo stato di cose partecipasse la massa.

Il popolo diviso è una facile preda dell’aguzzino ma se siamo uniti non ci ferma più nessuno !

 

Questo signore di cui vedete l’immagine in bacheca ha un nome che non dice niente alla stragrande maggioranza dei lettori. Si chiama Ren Jianxin. Entro pochi mesi finirà per diventare il padrone dell’intera agricoltura italiana, che ci piaccia o meno. E’ una delle persone più potenti al mondo. La disposizione liquida monetaria di cui dispone si aggira intorno ai 500 miliardi di euro, pari al Pil di Grecia, Portogallo, Slovenia, Croazia e Macedonia tutte insieme; nazioni, queste, la cui agricoltura è già nelle sue mani da questa mattina. Ma lui punta decisamente all’Italia (in Spagna gli è andata male e si è ritirato, è per questo che ha dirottato su di noi). E’ una persona garbata, molto gentile, simpatica, solare, dicono molto intelligente. E’ il volto autentico (in carne e ossa) di quello che in Italia i social networks amano definire con una locuzione ridicola e infantile: i poteri forti. I poteri forti, oggi, hanno quest’immagine. E’ il presidente della più importante azienda chimico-farmaceutica del pianeta, la ChemChi, che sta per China National Chemical Corporation, la cui sede centrale si trova nel centro finanziario di Pechino.

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Ren Jianxin

 

E’ anche l’amministratore delegato e il supervisore del direttore finanziario. E’ membro permanente del comitato centrale del Partito Comunista Cinese, dato che lo stato possiede il 96% delle azioni di questo colosso. Questa mattina ha firmato un contratto di acquisizione considerato il più alto mai registrato in Cina in tutta la sua storia: 43 miliardi di dollari pagati in contanti sull’unghia. Ha comprato la Syngenta, la più importante azienda europea produttrice di sementi e pesticidi. La società è svizzera e ha la sede legale a Ginevra. L’acquisto era iniziato in sordina, “chinese style”, circa un anno e mezzo fa, attraverso la mediazione di due piccole società finanziarie legate alla Pirelli di Milano, avvalendosi della normativa che rientra all’interno degli accordi bilaterali italo-svizzeri, concessi dalla Ue a Italia, Francia, Austria e Germania, suoi paesi confinanti. Il fatto è che, nel frattempo, il signor Ren Jianxin, era arrivato otto mesi fa a Milano e si era comprato il 100% delle azioni della Pirelli, che dal 1° gennaio 2016 è diventata parte del gruppo della ChinaChem.
La finanza americana ha accusato il colpo, capendo che per la Monsanto la festa è finita perché non è in grado di competere e contrastare lo strapotere del signor Ren, il quale – nel frattempo – si è praticamente comprato Poste Italiane e altre 345 aziende italiane. Così almeno gli americani danno l’annuncio, spiegando le ragioni per le quali il colosso statunitense abbandonerà in questo 2016 il territorio italiano. Tradotto, vuol dire che dal 2017 gli agricoltori italiani – senza che venga detto loro niente, senza che vengano fornite informazioni geo-politiche globali, e quindi a loro insaputa – saranno costretti a produrre ciò che il governo cinese stabilisce corrisponda ai loro interessi. Detto in sintesi, nella maniera più elementare possibile, significa che i pomodori e le zucchine italiane se le mangeranno i cinesi e per la stragrande maggioranza delle aziende agricole italiane ci sarà una riconversione (peraltro già annunciata) e dovranno produrre – pena il fallimento – soia, girasoli e derivati, perchè questa è la politica agricola europea della Cina che si piazza nel cuore dell’Europa.

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Syngenta

 

Questa sera le televisioni annunceranno il crollo delle Borse europee (soprattutto quelle italiane) sostenendo che è in corso un attacco speculativo contro di noi. Non è vero niente. E’ questo contratto che sta facendo andare a picco il mercato europeo. Quantomeno questo è ciò che sostengono diversi analisti finanziari europei, e io sono d’accordo con loro. Erano già diverse settimane che su “Wall Street Journal”, “Financial Times”, canale televisivo di “Bloomberg”, gli analisti anglo-americani raccontavano la pessima scelta strategica dell’Italia che – per salvarsi – sta vendendo tutta se stessa al Qatar, agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita, ma soprattutto alla Cina. Ma in questo paese la stampa non informa la popolazione su ciò che accade, avendo scelto di trasformare tutto in gossip irrilevante (vedi scontro Ue-Renzi su futili motivazioni retoriche). Lo scontro – e questo sì davvero micidiale, una vera guerra all’ultimo sangue – si sta svolgendo, invece, nell’indifferenza generale, ad Amsterdam. Da tre giorni. In Italia nessuno ne ha parlato. Con un’unica eccezione che – quantomeno al sottoscritto – conferma il fatto, ancora una volta, che Adriana Cerretelli è senza alcun dubbio, attualmente, il miglior professionista mediatico che il nostro paese abbia prodotto negli ultimi dieci anni. Suo l’articolo apparso ieri su “Il Sole 24 ore” (immediatamente nascosto e non a caso non diffuso e non condiviso) nel quale ci raccontava che cosa sta accadendo e su che cosa si stanno letteralmente scannando in Olanda, purtroppo con pessime notizie per l’Italia perchè la Cina si è presentata con una enorme massa di liquidità a disposizione del decotto sistema bancario corrotto nazionale e – il buon senso ci consente di comprenderlo – quando si sta alla canna del gas, si accetta ogni aiutino, chiunque sia a darlo.

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Ren Jianxin con Tronchetti Provera, Pirelli

 

 

Qui di seguito vi ho postato l’articolo della Cerretelli (l’italiana in assoluto più stimata in Europa dai colleghi eruopei degli altri paesi nel campo dell’informazione mainstream, in Italia pressoché sconosciuta) perché penso possa essere utile per comprendere uno degli attuali scenari reali (molto reali) sul palcoscenico economico-politico della vita vera. Anche se si tratta di un articolo tecnico, è comprensibile a chiunque. Bisogna leggere tra le righe dell’articolo. L’Italia, purtroppo, finirà per perdere questa decisiva battaglia di Amsterdam. Quella autentica che decide il destino delle nazioni, altro che annunci! Altro che unioni civili o quote latte. Se non ci svegliamo e non capiamo che cosa sta accadendo, di questo meraviglioso nostro Bel Paese non ne rimarrà più nulla. Quantomeno, per noi italiani che lo abbiamo costruito, inventato e abbellito nelle ultime centinaia di anni.

Sergio Di Cori Modigliani

Tratto da: (clicca qui)

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tratto da: (clicca qui)

2016.02.22 – L’incubo no cash e il teorema di Pangloss

Posted by Presidenza on 22 Febbraio 2016
Posted in articoli 

Un individuo senza risparmi, o i cui risparmi siano legati al filo sottilissimo e imprevedibile di una requisizione istituzionale, è in fondo uno schiavo che sopravvive solo a condizione di un gettito reddituale sufficiente e costante.

È merce-lavoro, carne umana a disposizione di chiunque possa garantirgli qualche giorno di vita per sé e i suoi figli

 

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Delle tante pessime idee escogitate dalla civiltà occidentale per autodistruggersi l’abolizione del denaro contante è forse la più folle e pericolosa. I pretesti variano secondo l’inclinazione del gregge: in Italia si dice per fermare l’evasione e all’estero – nientemeno – per sconfiggere il terrorismo e le mafie.

Ovviamente in un’ipotetica società cashless gli evasori e i criminali continuerebbero a frodare il fisco e a muovere miliardi truccando bilanci, creando società di comodo e corrompendo funzionari e politici, esattamente come fanno oggi. E i ladri troverebbero altri modi per rubare, esattamente come ne hanno già trovati. Le cose cambierebbero invece per tutti gli altri, quelli che non avendo conti in Lussemburgo e/o inclinazione al crimine non potranno più proteggere la propria ricchezza dalle crisi finanziarie e dall’arbitrio dei governi.
La massa degli idioti che invocano il monopolio del denaro elettronico sale come una marea marrone. Sicché se ne parla apertamente e chi ne parla è talmente rassicurato dalla stupidità dei tanti da mettere il carro davanti ai buoi e anticipare senza segreti i dettagli di un furto legalizzato:
• i tassi di interesse negativi, già praticati da alcuni istituti di credito in Svizzera e Germania, consentono alle banche di maturare attivi prelevando un interesse dai depositi dei correntisti oltre alle normali spese di gestione. In pratica, chi presta soldi alla banca paga gli interessi. I pretesti di questa operazione – abbassare i tassi di credito, incentivare l’investimento e i consumi ecc. – sono talmente ridicoli da non meritare commenti. La controindicazione è invece ovvia e intuibile: i correntisti preferiscono ritirare il capitale e metterlo in cassaforte per non farselo erodere dagli interessi. La soluzione? Impedirglielo ex lege. Ad esempio in Svizzera, dove il pretesto di turno (in fondo uno vale l’altro, e comunque li si scopre tutti oggi) è la necessità di deprezzare la valuta nazionale:

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• la disciplina del bail-in, in vigore in Italia dal primo gennaio 2016, prevede che il salvataggio delle banche a rischio di fallimento sia prioritariamente in carico ad azionisti, obbligazionisti e correntisti della banca (questi ultimi solo se con depositi superiori a 100.000 euro, ma beato chi ci crede). Ciò significa che i clienti devono pagare per le malversazioni e la cattiva gestione di chi amministra i loro conti pur non avendovi ovviamente alcuna corresponsabilità. Gli effetti di questa norma si sono già visti, in piccolo, nel caso dell’aretina Banca Etruria, che pur essendo un istituto periferico e avendo requisito le sole obbligazioni subordinate ha lasciato sul lastrico decine di migliaia di famiglie. Da quest’anno sarà quindi molto, molto peggio. Per difendersi dall’esproprio i correntisti potrebbero ritirare i soldi alle prime avvisaglie di crisi oppure affidare alla banca solo lo stretto necessario, visto che prevedere una crisi bancaria è praticamente impossibile. Una strategia saggia ma naturalmente negata nel magico mondo cashless, dove potremo solo incrociare le dita sperando che i nostri risparmi non siano utilizzati per ripianare gli errori altrui;
• i congelamenti dei conti correnti possono del resto avvenire per una varietà di altri motivi. Ad esempio nel 2012 furono trentamila i correntisti bloccati dalla magistratura durante il processo per bancarotta a carico di Banca Network. In altri casi può bastare un ritardo nei pagamenti o una mancata comunicazione. Negligenze (forse) deplorabili, ma non tali da essere punite con l’impossibilità di comprarsi il cibo;
• il sequestro a sopresa e al di fuori di qualsiasi confronto democratico dei depositi bancari dei cittadini da parte dei governi è stato imposto a Cipro nel marzo 2013 e può essere imposto ovunque sotto il pretesto di un’emergenza accuratamente perpetua delle finanze pubbliche dell’eurozona. Va ricordato che una delle ossessioni più ricorrenti dei banchieri internazionali – dalla Bundesbank al FMI – è che in Italia all’alto debito pubblico (cioè ai soldi che loro prestano a usura agli italiani) corrisponde un altissimo risparmio privato. E che quindi quest’ultimo deve essere messo a pegno del debito, requisibile a (loro) richiesta senza che un solo cent resti imboscato nei cassetti delle nonne;
• il denaro elettronico ha un costo peraltro sacrosanto in quanto è un servizio che implica competenze, lavoro e infrastrutture. Sicché non sappiamo che cosa passi nelle menti deteriorate di chi sogna transazioni gratuite per un mondo senza contanti. Chi mettiamo negli uffici AmEX e VISA? I boy scout? Gli elfi di Babbo Natale? I volontari della San Vincenzo? Pare ovvio che se le commissioni si azzerassero davvero le ritroveremmo occultate altrove (ad esempio negli interessi negativi di cui sopra) senza poterle né controllare né confrontare. Qualcuno apparentemente più ragionevole lancia accorati appelli affinché i costi di transazione siano almeno drasticamente ridotti. Dimenticando però che oggi sono tenuti a freno proprio dal fatto che l’utente può in molti casi optare per il contante. Se il monopolio dei pagamenti elettronici fosse imposto per legge il servizio non avrebbe più competitor e l’unico argine al sicuro aumento dei prezzi sarebbe rappresentato dalla buona volontà del regolatore, con i bei risultati già visti con assicurazioni, autostrade, energia ecc.
Ciò che è fin qui descritto è già realtà e già da solo basterebbe a fare di un’economia senza contanti uno strumento di distruzione del risparmio e di trasferimento infallibile dall’ampia platea dei poveri al vertice puntiforme dei ricchi. Non c’è invece limite alle ulteriori distopie che una schiavitù di questo tipo può produrre: da una sorveglianza di massa soffocante e feroce all’uso punitivo del negato accesso al denaro, dall’automatismo fiscale (con conseguente nullaosta a qualsiasi inasprimento e arbitrio, non essendoci rischio di renitenza) al controllo “granulare” degli acquisti (ad esempio negando determinate categorie merceologiche a determinate persone, o per perseguire determinati stili di consumo). Uno scenario orwelliano di marca ultrastalinista paradossalmente sponsorizzato dalle pecore del libero (sic) mercato.
***
Di solito a questo punto della discussione qualcuno se ne esce con la domanda: “Ma se non fai nulla di male, che cosa devi temere?”. Una domanda il cui sottinteso insinuante – sarai mica un ladro? un evasore? un furbetto? – ammutolisce e confonde, recuperando nella colpevolizzazione dell’interlocutore quell’autorità dialettica che la sua logica spregevolmente conformista le sottrae.
Consegnarsi mani e piedi legati alla discrezionalità di un governo – qualsiasi governo – tradisce una visione simbolica e per certi versi divinizzante delle istituzioni che è propria delle teocrazie e dei totalitarismi. È la visione degli Onesti dove la legge si fa valore etico in sé e i margini oppositivi dei cittadini all’arbitrio di chi comanda non sono percepiti come un’assicurazione minima di dignità e di partecipazione politica ma temuti come una minaccia da disinnescare. Cancellando così le tante e atroci lezioni della storia recente. Immaginiamo ad esempio se le decine di migliaia di ebrei scampati ai rastrellamenti degli anni ’40 non avessero potuto occultare i propri beni e la propria persona… Oggi è diverso? Io non lo credo, ma se anche lo fosse nessuno può garantire per un futuro che già si annuncia poco radioso.
Tornando al nostro tema, spaventa la smania di chi chiede di rinunciare a uno strumento di tutela del proprio patrimonio senza domandarsi chi ne farà uso e come. È in fondo una versione speculare della cessione di sovranità in ambito privatistico dove agisce lo stesso bisogno infantile di affidare le storture dei casi umani a un padrone onnipotente e severo. Anche chi per assurdo credesse che siamo retti dal migliore dei governi possibili (aka teorema di Pangloss) e che la rinuncia al risparmio contante sia un sacrificio privo di rischi, dovrebbe avere la lucidità di riconoscere che i governi cambiano come cambiano le generazioni, e che la minor libertà che accetterebbe oggi in cambio di qualche scontrino in più potrà essere usata domani per depredarlo e perseguitarlo. Tanto più che, come abbiamo visto, gli strumenti già esistono.
Può sembrare eccessivo parlare in questi termini della soppressione di banconote e monete, ma è ormai chiaro anche ai muri che qui non sono in gioco gli strumenti di pagamento – che infatti non si fila nessuno – bensì il risparmio e la sua tutela. Un tema già caro ai nostri Padri costituenti che all’art. 47 vi individuavano un fondamento dello sviluppo dell’individuo e della collettività:
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.
Non c’è bisogno di grandi esegesi per capire che un governo che mette il risparmio dei suoi cittadini a pegno del moral hazard bancario viola brutalmente i propri obblighi costituzionali. E che è perciò un dovere difendere i residui strumenti legali di opposizione a questo crimine preservandone il più diffuso e accessibile tra tutti: il denaro contante.
Un individuo senza risparmi, o i cui risparmi siano legati al filo sottilissimo e imprevedibile di una requisizione istituzionale, è in fondo uno schiavo che sopravvive solo a condizione di un gettito reddituale sufficiente e costante, tanto più improbabile in un’epoca che glorifica la precarietà. Senza quel cuscinetto di sussistenza rappresentato dai beni mobili e immobili accantonati (perché già allocati al salvataggio dei ricchi) egli è alla mercé del mercato. E qui sta finalmente il punto. È merce-lavoro, carne umana a disposizione di chiunque possa garantirgli qualche giorno di vita per sé e i suoi figli: poi poco importa se con un lavoro sottopagato a cui non può dire di no o con un reddito di cittadinanza, trattandosi in fondo della stessa identica cosa.
Allargando lo sguardo, chi toglie ai poveri la facoltà di custodire e difendere il proprio misero gruzzolo non lo fa tanto e solo per avidità, ma anche per promuovere una precarietà psicologica e materiale in cui gli individui non possono più contare sulle proprie capacità e sulla propria avvedutezza per mettersi al riparo dal bisogno. Anche i prudenti devono finire in strada, a disposizione dei pochi compratori rimasti. Si capisce allora come la guerra al denaro contante si integri in un più ampio e coerente ventaglio di misure per allentare la sicurezza sociale: dall’erosione del welfare agli attacchi al surrogato welfare genitoriale (pensioni, reversibilità, donazioni, diritti ereditari ecc.), dalla flessibilità in uscita all’ultratrassazione del risparmio immobiliare.
Un tema che ci porterebbe lontano e a cui riserveremo una trattazione dedicata, ma il cui accenno basta a comprendere e ad avvalorare il monito di Zerohedge, autorevole blog americano che da anni denuncia i pericoli di una società cashless:
In short, this is a direct return to serfdom. (Zerohedge, The War On Cash – The Central Banks’ Survival Campaign)
E non sta esagerando

tratto da: (clicca qui)

In Sardegna la situazione è differente. Non abbiamo nessuna necessità di ricorrere ad un referendum (oltrettutto la costituzione straniera italiana non prevede lo strumento referendario propositivo) per ripristinare la legalità ridando sovranità al nostro Popolo; l’indipendenza ce la dobbiamo riprendere emarginando, esautorando le istituzioni italiane sui nostri Territori ed autogovernandoci. Non dobbiamo più pagare un solo centesimo di tasse al nostro occupatore in quanto queste non gli sono dovute e non servono per fornirci alcun servizio, hanno il solo scopo di imporci l’utilizzo della loro valuta; non si può mettere in dubbio l’esistenza dello Stato sardo con un referendum e mettere ai voti quello che è un nostro diritto naturale.
Noi del MLNS stiamo portando avanti un progetto che prevede l’attivazione di una serie di servizi per la popolazione che tende a sostituire quelli forniti dallo Stato occupante. Questi servizi non prevedono alcuna tassazione.
Mi aspetto una costruttiva collaborazione da parte di tutti i sardi….

Sergio Pes (Presidente MLNS e GSP)

 

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Il tricolore è la sua bandiera, chiedono i conduttori de ”La Zanzara”? “No, la mia bandiera è bianca e rossa, quella tirolese. Il popolo deve scegliere se restare con l’Italia, andare con l’Austria o fare uno Stato indipendente sudtirolese. Serve un referendum”. Vediamo come campano senza privilegi e autonomia totale…

 

Da ”La Zanzara – Radio24”

 

“Il mio paese è il Tirolo, non l’Italia. Al Tirolo spetta l’autodeterminazione e l’Italia ci lasci fare un referendum. I soldi del vitalizio li metto a disposizione per questo referendum”. Lo dice a La Zanzara su Radio 24 Eva Klotz, la pasionaria del Sud Tirolo, che si difende per aver incassato 964mila euro di vitalizio dalla Regione: “L’Italia non c’entra nulla. Ogni regione decide i vitalizi in modo autonomo. Non sono soldi dell’Italia ma soldi della Regione Trentino che abbiamo versato. Non rubo nulla”.

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Eva Klotz

 

 

 

 

 

Poi parla così dell’Italia: “L’Italia per me è uno stato occupante, siamo annessi contro la nostra volontà e contro i diritti umani dell’Onu. A tutti i popoli spetta il diritto all’autodeterminazione, non con le armi ma con la matita. Il popolo deve scegliere se restare con l’Italia, andare con l’Austria o fare uno Stato indipendente sudtirolese”.
Il tricolore è la sua bandiera, chiedono i conduttori?: “No, la mia bandiera è bianca e rossa, quella tirolese”. E Mattarella è il suo presidente?: “No, Mattarella non è il mio presidente, è il presidente dell’Italia”.

tratto da: (clicca qui)

2016.02.10 – Capitalismo estintivo

Posted by Presidenza on 10 Febbraio 2016
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Marco Della Luna: <<Questo sistema mette l’uomo in corto circuito con sè stesso e lo brucia, perché per un verso lo attacca e disgrega radicalmente, mentre per l’altro verso irresistibilmente lo seduce, compiacendolo specificamente in quel suo desiderio di ricchezza.>>

 

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di Marco Della Luna

 

Il recentemente scomparso filosofo Costanzo Preve affermava (e anch’io lo ho scritto) che il probabile fattore della rottura del presente sistema capitalistico-finanziario arriverà (prima o poi, ma inevitabilmente) in forma di reazione della stessa natura umana (adattabile, ma non infinitamente comprimibile) alle sempre più dure trasformazioni delle condizioni di vita che il detto sistema e i suoi mercati impongono. Trasformazioni che non portano maggiori investimenti, migliori produzioni, né a piena e stabile occupazione, né a un progresso e superiore civiltà, ma a una individualistica lotta quotidiana per la sopravvivenza nella competizione a 360° in un eterno presente, amorale e destoricizzato – praticamente, all’homo homini lupus o al bellum omnium erga omnes di hobbesiana memoria, cioè a una condizione a-sociale.

Trasformazioni mal compatibili con i bisogni oggettivi dell’uomo, soprattutto in fatto di stabilità, di sicurezza, di programmabilità esistenziale, di ambiti di non-mercificazione, di non-competitività, di solidarietà. Per non parlare dei diritti politici e del primato della decisione politico-democratica sugl’interessi di breve termine propri del bilancio e dei mercati e della società di mercato. Quindi trasformazioni radicalmente peggiorative.

Entrambi, nel fare questa ottimistica previsione sulla reazione della natura umana a un sistema sbagliato, trascuravamo però un elemento fondamentale, proprio di questa stessa natura umana: il sistema capitalistico-finanziario domina incontrastato il genere umano non perché sia imposto dall’esterno, ma proprio perché esso, grazie alla sua capacità di creare dal nulla a costo zero e senza limiti i mezzi monetari, nonché di distribuirli, è il sistema che, più di ogni altro possibile sistema, è capace di attrarre e comperare consenso e collaborazione; altrimenti detto, che più di ogni altro è in grado di appagare l’avidità (acquisitività) degli uomini (e delle loro organizzazioni: aziende, partiti, chiese, istituzioni). Quindi appare il più democratico di tutti, ancorché sia essenzialmente oligarchico. E può bandire come illiberale, irrazionale ed estremistica qualsiasi posizione che lo contesti nelle fondamenta.

Ossia, questo sistema mette l’uomo in corto circuito con sè stesso e lo brucia, perché per un verso lo attacca e disgrega radicalmente, mentre per l’altro verso irresistibilmente lo seduce, compiacendolo specificamente in quel suo desiderio di ricchezza, che è quello che mette insieme e organizza stabilmente la quasi totalità degli uomini, spingendoli a ogni sacrificio (proprio e altrui!) per procurarsi il denaro, il quale è anche il mezzo principale con cui procurarsi altro denaro, cioè con cui le organizzazione lucrative ottengono successo e condizionano la società. In queste caratteristiche funzionali, l’avidità è diversa dagli altri desideri, come quello sessuale o di vendetta o di giustizia o di sapere o di salute. Il singolo, individualmente o in piccoli gruppi, può non essere dominato dalla logica del profitto, ma la società nel suo complesso non può sottrarsi a questa logica, perché è la logica degli scambi e della grande organizzazione (infatti i tentativi di organizzare un’opposizione politica su grande scala si dissolvono tutti, appunto perché l’organizzare stabilmente e su vasta scala è guidato e sorretto dai valori di scambio). E, ogniqualvolta il mercato finanziario fallisce, la soluzione è che ci vuole più mercato e più finanziarizzazione.

Perciò è verosimile che il sistema capitalistico-finanziario prosegua nel trasformare l’uomo e la società, e si faccia sempre più penetrante nella vita, fino a distruggere l’umanità con la collaborazione degli umani stessi – o meglio, che, magari sotto la scientifica guida di una piccola élite, il genere umano, facendo sempre più violenza a sé stesso per soddisfare sempre più la propria sete di guadagno, arrivi ad annientarsi o quasi, risolvendo con ciò il problema ecologico. E’ possibile che la specie umana faccia, insomma, col suo capitalismo finanziario globalizzante, la fine su scala globale che precedenti forme di capitalismo fecero fare agli indigeni nei territori coloniali da occupare e sfruttare: l’estinzione di massa. Eppure questo processo viene proprio dall’interno dell’uomo, dalla sua natura, cioè dall’avidità come costante empirica del volere-agire umano, da come questa ha strutturato i rapporti socio-economici. Le avidità dei singoli, le individuali ricerche della felicità, interagendo tra loro sul piano organizzativo della società, creano condizioni di vita degradanti e distruttive per gli stessi singoli.

L’homo sapiens si sta comportando, col meccanismo finanziario che genera una quantità potenzialmente infinita di ricchezza monetaria, esattamente come il topo di laboratorio con gli elettrodi infissi direttamente nei centri cerebrali del piacere, il quale prende ad azionare freneticamente e incessantemente la leva che gli manda la scarica, trascurando di mangiare e di bere, finché non muore. Quel meccanismo dà non solo piacere, ma anche dipendenza, perché, quando rallenta, le borse e i ratings crollano e si profila la catastrofe: i mercati esigono che la leva sia azionata ancora più intensamente, sempre più intensamente… Pertanto è oggettivamente improbabile che il genere umano arrivi a fermare questo meccanismo, a interrompere il corto circuito che lo sta bruciando.

L’improbabilità che questo sistema, con le sue tendenze, venga cambiato da una forza alternativa, è rafforzata dal fatto che esso ha eliminato praticamente i principali possibili fattori di rivolgimento (la borghesia colta e ascendente, la ricerca scientifica indipendente dal capitale, i giovani dotati sentire sociale e capacità di lotta); e che, in aggiunta, attraverso la globalizzazione, la stretta interdipendenza dei vari paesi, la diffusa presenza di presidii militari statunitensi, nonché attraverso la dissoluzione degli stati parlamentari rappresentativi e indipendenti, esso ha fatto sì che, diversamente dal passato, nessun singolo paese possa decidere di cambiare rotta, ad esempio come fece la Francia con la sua rivoluzione repubblicana in un contesto mondiale monarchico. Ha fatto sì che non possa avvenire che un paese decida di uscire dal modello neoliberista del capitalismo finanziario e che realizzi un diverso modello socioeconomico (ad esempio, impostato sulla sovranità monetaria, sull’economia reale, sullo stato sociale, sulla protezione mediante i dazi, sulla proibizione dei derivati finanziari).

Se a far ciò prova un paese “avanzato”, viene facilmente boicottato dall’esterno e ricondotto alla ragione e ad accettare un premier banchiere; se prova un paese arretrato, gli viene imposta con le armi la “democrazia” di esportazione.

Però il rischio che una qualche nazione “avanzata” cerchi di ribellarsi, viene eliminato alla radice dal fatto stesso che le nuove generazioni, crescendo in un ambiente di precarietà, competizione e lotta per la sopravvivenza quotidiana, oltreché spesso senza uno stabile nucleo familiare, non stanno facendo quelle esperienze di comunitarietà, che sono la matrice del sentimento e della volontà morali. Quindi crescono perfettamente omologate a un mondo anomico e senza valori diversi da quelli di scambio e di godimento utilitario individuale. E già nel presente stadio di disgregazione della società, con la precarizzazione dei redditi e l’estromissione di ampie fasce di lavoratori, si è ottenuto che la gente sia presa dai problemi di sopravvivenza individuale a breve termine, e non si interessi più ai problemi e ai progetti collettivi di medio e lungo respiro, cioè alla politica (decaduta a scandalismo e tribalismo), quindi di fatto si allinei al sistema vigente e alle riforme che esso esige.

tratto da: (clicca qui)

Paul Craig Roberts, già viceministro di Reagan :
<<I crimini di Washington possono rivaleggiare con quelli di qualsiasi nazione in qualsiasi momento storico. Chiunque creda ancora nella purezza delle intenzioni della politica estera di Washington è semplicemente un caso perso. La dura realtà è puntualmente coperta dai media prostituiti Usa, fonte di storielle fantasiose.>>

 

Negli ultimi anni del XXesimo secolo, la frode diventò un elemento stabile della politica estera Usa sotto una nuova forma. Sotto falsi pretesti Washington smantellò la Jugoslavia, poi la Serbia, tutto allo scopo di portare avanti una agenda mai dichiarata. Nel XXIesimo secolo la stessa frode si è replicata molteplici volte: Afghanistan, Iraq, Somalia e Libia sono state distrutte; l’Iran e la Siria avrebbero fatto certamente la stessa fine se il presidente russo non avesse preso misure preventive affinché ciò che ciò accadesse. Washington è inoltre dietro alla distruzione dello Yemen in corso, senza dimenticare che ha consentito ed attivamente finanziato la distruzione della Palestina per mano israeliana. In aggiunta si è consentito frequenti operazioni militari in Pakistan senza che alcuna guerra fosse stata dichiarata, uccidendo donne, bambini e anziani sotto la sigla di “lotta al terrorismo”. I crimini di Washington possono rivaleggiare con quelli di qualsiasi nazione in qualsiasi momento storico.

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Paul Craig Roberts

 

 

Personalmente ho sempre lavorato a documentare questi crimini nei miei articoli e nei miei libri (pubblicati da Clarity Press). Chiunque creda ancora nella purezza delle intenzioni della politica estera di Washington è semplicemente un caso perso. Russia e Cina adesso hanno forgiato una alleanza che è semplicemente troppo forte per Washington. Russia e Cina insieme non consentiranno a Washington nessun ulteriore ingerenza nella loro sicurezza e nei loro interessi nazionali. I paesi che essi ritengono strategicamente importanti saranno protetti dall’alleanza. Mentre il mondo pian piano si sveglia e comprende il male che l’Occidente oggi rappresenta, sempre più paesi cercheranno la protezione di Russia e Cina. L’America, inoltre, sta fallendo sotto il fronte economico. Nei miei articoli ed il mio libro “Il fallimento del capitalismo lassez-faire”, che è stato pubblicato in inglese, cinese, coreano, ceco e tedesco, ho dimostrato come Washington abbia sempre promosso e incoraggiato un processo nel corso del quale i profitti a breve termine di manager e grandi investitori, e Wall Street in senso ampio, svisceravano l’economia reale Usa, delocalizzando la vera produzione, le conoscenze manifatturiere, le tecnologie e annesse posizioni di lavoro qualificato, verso Cina, India ed altri paesi, lasciando l’America con una economia ormai talmente spolpata che la media dei redditi delle famiglie è in costante caduta da anni.
Ad oggi il 50% degli americani di 25 anni vivono con genitori o nonni in quanto non riescono a trovare impieghi sufficienti a permettersi una esistenza indipendente. La dura realtà è puntualmente coperta dai media prostituiti Usa, fonte di storielle fantasiose su una fantomatica ripresa economica americana. I fatti reali dell’esistenza sono talmente dissimili da ciò che i media vorrebbero far apparire che non posso che restare perplesso. Avendo insegnato economia, essendo stato editore del “Wall Street Journal” e assistente del segretario per la politica economica del ministero del Tesoro Usa, non posso che essere perplesso dalla corruzione sistematica che governa il settore finanziario, il Tesoro, le agenzie preposte alla regolamentazione finanziaria e la Federal Reserve. Ai miei tempi sarebbero fioccati avvisi di garanzia e sentenze di tribunale contro banchieri e burocrati di alto rango.

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Proteste davanti alla Federal Reserve

 

 

Nell’America di oggi non esistono mercati finanziari liberi. Tutti i mercati sono manipolati dalla Federal Reserve e dal Tesoro in concerto. Le agenzie di regolamentazione, controllate dalle stesse persone ed entità sulle quali dovrebbero teoricamente vigilare, chiudono un occhio su qualunque cosa, e anche nei rari casi in cui non lo fanno è tutto ugualmente inutile poichè non hanno alcun potere di far rispettare la legge dal momento che gli interessi privati sono sempre, immensamente, più forti delle leggi. Anche le agenzie statistiche del governo sono state corrotte. Manipolazioni sono state messe in atto allo scopo di sottostimare il tasso di inflazione. La bugia non soltanto risparmia a Washington l’onere di reindicizzare i sussidi adeguandoli al costo della vita reale, liberando altri soldi per le infinite guerre, ma specialmente, sottostimando l’inflazione il governo fa apparire dal nulla incrementi del Pil spacciati come reali, contando l’inflazione come crescita reale, allo stesso modo, d’altronde, in cui il governo fa figurare un 5% di disoccupazione escludendo dal computo tutti gli scoraggiati che hanno cercato troppo a lungo e per i quali continuare a cercare rappresenta ormai solo una perdita di tempo.
Come mai la quota di disoccupati ufficiale è del 5% ma nessuno riesce a trovare un lavoro? Come fa ad essere del 5% quando la metà delle persone di 25 anni sono costrette a vivere in casa dei parenti perché non riescono a permettersi una vita indipendente? Come riferisce John Williams di “Shadowfacts”, se il tasso di disoccupazione includesse i cosiddetti “scoraggiati” che non cercano più attivamente impiego (perché non ci sono lavori da trovare) il tasso di disoccupazione sarebbe al 23%. La Federal Reserve, strumento privato nelle mani di un gruppetto di grosse banche, è riuscita a creare l’illusione di una ripresa economica almeno da giugno 2009 ad oggi, semplicemente stampando migliaia di miliardi di dollari dei quali non un centesimo è confluito ad alimentare l’economia, ma tutti a gonfiare i prezzi delle azioni delle multinazionali. Le gonfiature artificiali dei prezzi di azioni e obbligazioni sono le “prove” di una economia rigogliosa che la stampa finanziaria prostituita continua senza sosta a sciorinare.

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Wall Street

 

 

Quelle pochissime persone di cultura e buon senso rimaste in America, e dico per esperienza diretta che parliamo davvero di pochissime persone, capiscono benissimo che non è mai esistita una ripresa dall’ultima recessione e che, al contrario, una ulteriore recessione è alle porte. John Williams ha evidenziato come la produzione industriale Usa, debitamente parametrata all’inflazione, non ha mai recuperato i livelli del 2008 ed è ben lontana dal picco del 2000, ed è in costante calo. Il consumatore americano è esausto, schiacciato da debiti contratti e impossibilità a guadagnare di più. L’intera politica economica americana è concentrata sulla tutela costante di qualche banca a New York, non nel salvataggio dell’economia americana. Economisti blasonati e compari di Wall Street liquiderebbero il problema del declino della produzione industriale con il fatto che “l’America ormai è una economia dei servizi”. Gli economisti pretendono che tali servizi siano servizi altamente tecnologici della New Economy, ma la realtà è che camerieri, baristi, commessi part-time e servizi sanitario-inferimieristici hanno rimpiazzato gli impieghi manufatturieri ed ingegneristici e pagano una frazione rispetto a quest’ultimi, cosa che provoca un collasso della domanda aggregata in tutti gli Usa.
Se gli economisti neoliberali (cosa che non accade quasi mai pubblicamente) vengono messi spalle al muro e costretti ad ammettere i problemi, si arrampicano sugli specchi cercando il colpevole nella Cina. Non è chiaro se a questo stadio esistano possibilità di rivitalizzare l’economia americana. Rivitalizzarla richiederebbe una ri-regolamentazione del settore finanziario e fare di tutto per riportare a casa i posti di lavoro e la produzione che sono state svendute a paesi d’oltremare. Richiederebbe, come Michael Hudson sa dimostrare nel suo ultimo libro “Killing the Host”, una rivoluzione nelle politiche fiscali che impedirebbe al settore finanziario di appropiarsi in maniera parassitaria dei surplus generati dall’attività economica reale, poi capitalizzandoli in obbligazione debitorie che garantiscono la perpetua percezione di interessi per il settore finanziario. Il governo Usa, controllato com’è da interessi economici tra i più sporchi e immorali, non permetterebbe mai politiche che anche soltanto si azzardino a sfiorare i bonus faraonici dei managers e i profitti di Wall Street.

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Michael Hudson

 

 

Il capitalismo Usa di oggi basa i suoi profitti sulla vendita dell’economia americana e con essa tutta la gente che ne dipende per il proprio sostentamento. Nell’ America della “libertà e democrazia” il governo e i poteri economici servono interessi che non hanno assolutamente nessun punto di contatto con gli interessi del popolo americano. La svendita in corso è protetta e mascherata da un panopticon propagandistico fornito dagli economisti neoliberali, prostituti finanziari ed editoriali che si guadagnano da vivere solo e soltanto mentendo dalla mattina alla sera. Quando l’America fallirà, a ruota la seguiranno i vassalli di Washington in Europa, Canada, Australia e Giappone. A meno che nella peggiore delle ipotesi Washington non distrugga il mondo con un conflitto nucleare, a quel punto i rapporti mondiali di forza saranno interamente ridefiniti, e l’Occidente corrotto e dissoluto non sarà nient’altro che la parte più insignificante di questo nuovo mondo.

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