di Paulu Leone Cugusi Biancu (Dip. Economia Guvernu Sardu Provvisoriu)

Il secondo Popolo al quale l’ITALIA fa guerra, dal momento in cui sono stati creati i Poligoni Militari più grandi d’ Europa, é la Sardegna – una Colonia d’oltremare….?!! Il 65% o più delle Servitù
Militari dello Stato Italiano ricadono sulla “NATZIONE SARDA”, mentre il 35% rimanente é diviso tra tutti gli altri territori che appartengono all’ ITALIA SpA, non più Stato dal 1933. Questo significa un rapporto di 21 kmq (in Sardegna) per 1 kmq ( nel rimanente territorio). Inoltre, tutti i territori che l’ Italia SpA sfrutta in CASA NOSTRA (del POPOLO SARDO), danno per ora/affitto, per singolo Stato, un ricavo di 50.000/euro/ora e a NOI missili Milan al Torio, missili di tutti i tipi contro le nostre coste, guerre simulate tutto l’anno, laghi interni utilizzati come Poligoni per le Forze Speciali della Polizia … senza che NESSUNO protesti, tanto la SARDEGNA é dall’altra parte delle acque
Internazionali del Mar Tirreno. Il territorio delle servitù Militari in Terra, Mare e cielo Sardo corrisponde a 35.000 kmq, mentre il territorio sardo é di solo 24.000 kmq.

Adesso l’ITALIA ci fa la guerra, insieme agli eserciti della Nato, agli Israeliani … in altri periodi
si esercitarono anche altri che non voglio nominare. NOI non vogliamo che il Territorio del Popolo Sardo continui ad essere preda delle stellette, delle grandi fabbriche di armi, di ministri della guerra e di ogni sorta di porcheria. Il nostro guadagno é una serie di malattie che, guarda caso, abbondano in tutti i territori attorno alle basi, una serie di limitazioni alla pesca, nessun ritorno economico per chi ci vive accanto, neanche a livello di lavoro.Se l’ ITALIA é in GUERRA con altri (nonostante la Costituzione) lo dica e se, tra quelli a cui sta facendo guerra, c’é la Sardegna lo dichiari in maniera formale, senza le ipocrisie per cui La ITALIA SpA é conosciuta nel Mondo intero

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Secondo un documento della Difesa, gli F-15 e gli F-16 dell’Israeli Air Force sono attesi al poligono di Capo Frasca (Oristano): sganceranno bombe inerti da una tonnellata. La cooperazione militare tra Roma e Gerusalemme comprende la fornitura di sensori radar “Gabbiano”, prodotti dalla Selex Galilelo e montati sui droni, e i cannoni navali da 76mm prodotti dalla Oto Melara: tutti armamenti utilizzati nella guerra a Gaza

di Enrico Piovesana | 31 luglio 2014

I cacciabombardieri israeliani voleranno presto dai cieli di Gaza a quelli della Sardegna per condurre esercitazioni di bombardamento insieme all’aviazione italiana e Nato. La notizia lanciata giorni fa dall’Unione Sarda sulla base di documenti militari ufficiali, trova conferma nelle informazioni ottenute dal IlFattoQuotidiano.it. Il “Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014″ del Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo – Air Weapon Training Installation (Rssta-Awti), datato 3 marzo 2014, prevede che gli F-15 e gli F-16 dell’Israeli Air Force vengano al poligono di Capo Frasca (Oristano) a sganciare bombe inerti da una tonnellata.

Il documento non specifica le date della trasferta israeliana, ma lo Stato Maggiore della Difesa e l’Aeronautica Militare confermano la presenza programmata dell’aviazione israeliana in Sardegna per l’annuale esercitazione bilaterale “Vega” che solitamente si tiene tra ottobre e novembre con base all’aeroporto militare di Decimomannu (Cagliari), da cui dipende il campo di bombardamento di Capo Frasca.

Il ministero della Difesa, interpellato in merito, non ha rilasciato commenti. La questione è stata sollevata anche al ministero degli Esteri in un incontro tra il vice della Mogherini, Lapo Pistelli, e le associazioni pacifiste e disarmiste che chiedono al governo italiano lo stop immediato al supporto militare e alle forniture belliche a Israele, illegali per la legge italiana in quanto destinate a un Paese in guerra. Forniture che non si limitano agli ormai noti cacciabombardieri da addestramento M346 dell’Alenia Aermacchi – utilizzabili anche in “ruoli operativi” – ma che riguardano anche sistemi d’arma che già oggi vengono usati da Israele nella Striscia di Gaza.

Tra questi i potenti cannoni navali da 76 millimetri prodotti dalla Oto Melara (Finmeccania) montati sulle motocannoniere israeliane classe Sa’ar e ampiamente utilizzati in questi giorni per martellare la Striscia dal mare. Un altro esempio sono i sensori radar Gabbiano prodotti dalla Selex Galilelo (Finmeccanica), fondamentale equipaggiamento dei micidiali droni israeliani Hermes, regolarmente usati a Gaza per compiere bombardamenti missilistici – per la gioia dell’azienda produttrice Elbit, le cui azioni sono salite alle stelle dall’inizio del nuovo conflitto.

Esercitazioni aeree congiunte e forniture militari rientrano nel quadro degli accordi bilaterali di cooperazione militare stretti tra Roma e Tel Aviv nel 2005 (governo Berlusconi) e nel 2012 (governo Monti): accordi di cui in questi giorni di guerra le opposizioni, Sel e Cinquestelle, chiedono l’immediata sospensione.

tratto da: (clicca qui)

La trascrizione della conversazione tra Obama e Netanyahu che imbarazza il presidente Usa

Mentre l’attenzione di tutti è rivolta alla Russia e a se Obama riuscirà a innescare una Terza Guerra Mondiale, le cose stanno andando di male in peggio anche quando si tratta dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. Come ricorda il blog americano ZeroHedge, qui le cose erano già sull’orlo del disastro, con Kerry impegnato a “organizzare” un cessate il fuoco con Israele e a riuscire nell’impresa di far infuriare ogni singola fazione, Israele incluso.

Cosa è successo dopo? Qualcosa di piuttosto sorprendente secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e che secondo il giornalista della BBC, Paul Danahar, costituisce “una grave violazione di una discussione privata”.

Canale 1 ha deciso di pubblicare una trascrizione in ebraico di una parte della conversazione telefonica tra il primo ministro, Benjamin Netanyahu, e il presidente Usa, Barack Obama, che ha avuto luogo domenica 27 luglio, durante la quale Obama ha insistito che Israele fermasse unilateralmente tutte le attività militari nella Striscia di Gaza.

Dal Times of Israel:

“Barack Obama : Esigo che Israele accetti un immediato cessate il fuoco unilaterale e fermi tutte le attività offensive, in particolare gli attacchi aerei

Benjamin Netanyahu : E cosa riceverà Israele in cambio di un cessate il fuoco?

BO : Credo che Hamas cesserà il suo lancio di razzi – a calma seguirà calma.

BN : Hamas ha infranto tutti e cinque i precedenti cessate il fuoco. E’ una organizzazione terroristica che punta alla distruzione di Israele.

BO : Ripeto e aspetto che Israele interrompa tutte le sue attività militari unilateralmente. Le immagini di distruzione a Gaza allontanano il mondo dalla posizione di Israele.

BN : La proposta di Kerry era completamente irrealistica e dava ad Hamas vantaggi militari e diplomatici.

BO : Entro una settimana dalla fine delle attività militari di Israele, Qatar e Turchia inizieranno i negoziati con Hamas sulla base dell’ intesa del 2012, tra cui l’impegno di Israele a togliere l’assedio e le restrizioni su Gaza.

BN : Qatar e Turchia sono i maggiori sostenitori di Hamas. E’ impossibile fare affidamento su di loro affinché siano mediatori equi.

BO : Mi fido di Qatar e Turchia. Israele non è nella posizione di poter scegliere i mediatori.

BN : Protesto perché Hamas può continuare a lanciare razzi e utilizzare i tunnel per attacchi terroristici.

BO : (interrompendolo Netanyahu) La palla è nel campo di Israele, e deve porre fine a tutte le sue attività militari.”

Si può ben capire perché gli Stati Uniti abbiano immediatamente sconfessato la veridicità di questa trascrizione: dopo tutto non sarebbe positivo per il leader del mondo libero se il leader di un altro Stato, che fa affidamento sul sostegno militare ed economico americano, respinga una richiesta degli Stati Uniti. Come previsto la smentita è stata rapida con l’amministrazione statunitense che ha definito la ricostruzione ” invenzioni “,” scioccanti “e” deludenti ”

Anche il Consiglio di Sicurezza Nazionale è intervenuto per negare la trascrizione:

@NSCPress         @NSCPress                                           Segui

We have seen reports of an alleged POTUS-Netanyahu transcript; neither reports nor alleged transcript bear any resemblance to reality 1/2

9:20 PM – 29 Lug 2014

@NSCPress         @NSCPress                                                 Segui

Shocking and disappointing someone would sink to misrepresenting a pvt convo between POTUS and PM in fabrications to Israeli press 2/2

9:20 PM – 29 Lug 2014

Così come ha fatto ( o dovuto fare?) l’ufficio del Primo Ministro tramite un comunicato, utilizzando proprio le stesse parole della Casa Bianca.

“Abbiamo visto questa ricostruzione, e né le relazioni né la presunta trascrizione presenta qualsiasi somiglianza con la realtà. E’ scioccante e deludente che qualcuno possa travisare una conversazione privata tra il Presidente e il Primo Ministro in invenzioni per la stampa israeliana”.  
Nonostante le smentite, Channel 1 ha rifiutato di ritirare la dichiarazione trapelata. Peggio, ha rivelato la fonte della fuga di notizie come un “alto funzionario americano”.
“Nonostante le smentite di funzionari americani e israeliani, Canale 1 insiste sul fatto che la trascrizione fornita da un “alto funzionario americano” è autentica, ma riconosce che le frasi pubblicate erano solo un estratto da una lunga conversazione.”
L’ennesimo smacco per lo status di super potenza dell’America…

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Quand’è che le Fiamme Gialle capiranno che sono solo gli esattori della “Associazione a Delinquere ITALIA S.p.A. ? “ Quand’è che capiranno che sono complici a tutti gli effetti ed agiscono sotto la loro personale responsabilità in quanto privi di protezione corporativa?

 

24 lug. – Le Fiamme-Gialle chiedono con una lettera-appello allo stato italiano e all’Europa il riconoscimento dei loro diritti e della loro professionalita’.
“Siamo quattrocento cittadini in servizio nella Guardia di finanza ed abbiamo recentemente presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro lo Stato italiano”. “Lo abbiamo fatto – si aggiunge nell’avviso – perche’ riteniamo che l’Italia non ci riconosca gli elementari diritti e liberta’ che spettano invece a tutti gli altri cittadini, in particolare ai colleghi delle forze di polizia civili. Non abbiamo organismi che ci possano realmente rappresentare e difendere davanti all’Amministrazione, alle autorita’ politiche e giudiziarie.

Il caso che ci ha costretto a ricorrere contro lo Stato italiano, che serviamo comunque con orgoglio e onore, nasce dalla discriminazione subita nel corso di un processo davanti al Tribunale di Torino. Quel giudice ha deciso, in base alle leggi nazionali, che le rappresentanze dei poliziotti possono tutelare i colleghi feriti, mentre non e’ consentito a quelle dei finanzieri: stesso servizio, stessi rischi, ma nessun diritto per le Fiamme Gialle”. “La Guardia di finanza – si legge ancora nell’avviso – e’ un corpo di polizia economico-finanziario altamente specializzato e ai Finanzieri serve un adeguato e moderno sistema di tutele, sganciato dall’arcaica rappresentanza pensata quarant’anni fa per altre e diverse forze militari.

Ci rendiamo conto che il ricorso alla Corte di Strasburgo sia un passo clamoroso ma – si aggiunge – e’ l’inevitabile conseguenza dell’apatia di Governo e Parlamento che sembrano sordi alle nostre richieste di riforma e stanno anzi di nuovo cercando di riproporre un modello di rappresentanza nato per le forze armate e in un contesto storico-sociale completamente diverso. Speriamo che la politica voglia dare finalmente ascolto alle nostre legittime richieste ed evitare, quindi, al nostro amato Paese l’ennesima umiliazione internazionale da parte della Corte di Strasburgo”. “Noi finanzieri – concludono – abbiamo diritto, come cittadini in divisa di questo Paese e dell’Unione Europea, al rispetto e alle tutele riconosciute a tutti gli italiani”.

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mercoledì 23 luglio 2014

BUENOS AIRES – Il governo argentino e’ tornato oggi a criticare al giudice Thomas Griesa – il magistrato statunitense che si occupa del suo scontro giudiziario con gli “hedge fund” che non hanno accettato il concambio sui cosiddetti “tango bond” – per le decisioni che ha annunciato oggi a New York, sostenendo che “non ha risolto nulla” in quanto al problema dei pagamenti ai detentori di titoli che hanno accettato gli swap.

Griesa ha respinto oggi la richiesta di una sospensione della sentenza che obbliga Buenos Aires a pagare agli hold out circa 1,3 miliardi di dollari, indicando che “non e’ necessario alle trattative o a un eventuale patteggiamento” fra le parti, che deve essere definito in “negoziazioni continuate” che inizieranno domani presso lo “special master” che ha scelto per il caso, Daniel Pollack, e che si devono concludere entro il 30 luglio, data limite perche’ l’Argentina non cada in un nuovo default sul suo debito estero.

Nel comunicato diffuso oggi dal ministero dell’Economia argentino non si fa cenno alla trattativa con gli “hedge fund”, nuovamente denunciati come “fondi avvoltoio” e si rifiuta anche la possibilita’ di un default perche’ “default e’ non pagare, e l’Argentina paga”, malgrado Griesa usi questo termine “ripetendo testualmente le parole della propaganda e delle minacce degli avvoltoi”.

L’agenzia Reuters  ha messo in rete un lancio drammatico, al riguardo: “Una transazione con i detentori di obbligazioni argentine rimasti fuori dal concambio non può essere raggiunto per la fine del mese neanche nel caso venissero condotti colloqui serrati. Lo ha detto l’avvocato difensore dell’Argentina nell’udienza tenuta oggi di fronte al giudice Usa Thomas Griesa, cui Buenos Aires ha chiesto una sospensione dell’ordine di pagamento ai detentori dei propri bond che non hanno aderito alla ristrutturazione del debito pubblico del 2002, in attesa di trovare una “soluzione complessiva”. L’Argentina ha tempo fino alla fine di luglio per trovare un’intesa con i cosiddetti ‘holdout’, guidati da un gruppo di hedge fund Usa, ed evitare un nuovo default del paese . L’avvocato ha aggiunto che l’Argentina vuole raggiungere una transazione ma che ciò presuppone un “movimento” da parte degli holdout. Il giudice Griesa dal canto suo ha affermato che tutte le questioni sollevate dal difensore dell’Argentina sono tali da poter essere gestite nell’ambito di un accordo e ha ordinato ai legali delle parti di incontrarsi con il mediatore Daniel Pollack “immediatamente e in maniera continuativa finché un accordo non sarà trovato”. Senza accordo – ha avvertito – ci sarà un default, che è la cosa peggiore. Il mediatore Pollack ha poi richiesto un nuovo incontro tra le parti per domani, alle ore 10 a New York”.

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2014.07.16 – Nasce il nuovo ordine finanziario internazionale

Posted by Presidenza on 16 Luglio 2014
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I BRICS hanno annunciato la nascita di istituzioni alternative al FMI e alla Banca mondiale

Nel corso del VI summit dei Paesi BRICS a Fortaleza, in Brasile, i capi di stato e di governo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno annunciato la creazione della Banca BRICS, articolata nella New Development Bank(o NDB)  e in un fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement, CRA). De facto, i BRICS prendono le distanze dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca Mondiale, istituzioni nate 70 anni fa nell’orbita del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. In piena crisi, le due iniziative aprono spazi alla cooperazione finanziaria, a fronte della volatilità del dollaro, e al finanziamento alternativo di Paesi in crisi, senza sottoporli alle condizioni dei programmi di  adeguamento strutturale e ristrutturazione economica.

Come spiega Putin, questo fa parte di “un sistema di misure che potrebbe aiutare a prevenire le pressioni sui paesi che non sono d’accordo con alcune decisioni di politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati”. “L’istituzione della Banca per lo sviluppo dei paesi BRICS permette ai suoi membri di essere più indipendenti dalla politica finanziaria dei paesi occidentali”.

Il capitale iniziale della Banca dei BRICS sarà di 50 miliardi di dollari,  finanziato in parti uguali tra i cinque membri. La nuova Banca di Sviluppo avrà sede a Shangai, in Cina.. “Il primo presidente del consiglio dei governatori sarà un russo. Il primo presidente del Consiglio di Amministrazione sarà un brasiliano. Il primo Presidente della Banca sarà un indiano. La Nuova Banca di Sviluppo avrà una sede regionale in Sudafrica. La NBS avrà lo scopo di mobilitare risorse per finanziare grandi progetti infrastrutturali nei paesi BRICS e nelle altre economie emergenti e in via di sviluppo. Sulla base di sani principi bancari, la NDB rafforzerà la cooperazione tra i paesi BRICS e integrerà gli sforzi delle istituzioni finanziarie multilaterali e regionali per lo sviluppo globale, contribuendo in tal modo a conseguire l’obiettivo di una crescita forte, sostenibile ed equilibrata”.  La banca è aperta all’adesione di altri membri delle Nazioni Unite, ma la quota dei BRICS non potrà mai essere inferiore al 55%. Tutte le decisioni dovranno essere approvate dalla maggioranza speciale, ossia, con il supporto di quattro dei cinque rappresentanti BRICS, o due terzi dei voti. La banca potrebbe entrare in funzione il prossimo anno se tutti i partecipanti ratificheranno i documenti in tempo e stanzieranno i fondi necessari.

L’idea di una banca è partita dall’India e si propone di essere un simbolo della crescente influenza delle economie emergenti nell’architettura finanziaria globale, dominato finora dagli Stati Uniti e in Europa.

Il fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement – CRA) dovrebbe poter contare su un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari così finanziati: 41 miliardi di dollari dalla Cina, 5 miliardi dal Sudafrica mentre Russia, Brasile e India contribuiranno ciascuno per 18 miliardi di dollari in riserve ufficiali

“Obiettivo dell’Accordo”, come si legge nel comunicato rilasciato dopo il vertice, ”sarà quello di aiutare i paesi a prevenire le pressioni a breve termine sulla liquidità, promuovere ulteriormente la cooperazione tra i Paesi BRICS, rafforzare la rete di sicurezza finanziaria globale e completare gli accordi internazionali esistenti ….  L’accordo è un quadro per la fornitura di liquidità attraverso lo scambio di valute in risposta a potenziali squilibri della bilancia dei pagamenti.

Per inciso, precisa il blog Zerohedge,  il ruolo del dollaro in un mondo del genere è nullo. E per coloro che hanno dimenticato chi sono i BRICS, a parte una sigla creata da un ex banchiere di Goldman, ecco un promemoria dei paesi nei quali vivono 3 miliardi di persone

La nuova istituzione finanziaria  dei BRICS nasce in un momento in cui il sistema finanziario mondiale è in stallo a seguito della mancata riforma del FMI della quale i leader dei BRICS si dicono “delusi e seriamente preoccupati in quanto incide negativamente sulla legittimità, la credibilità e l’efficacia del FMI”.

La riforma del FMI, sostengono i BRICS, deve portare alla modernizzazione della sua struttura di governance in modo da rispecchiare meglio il crescente peso dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale. Pertanto invitano i membri del FMI a trovare il modo di attuare la 14esima revisione generale delle quote senza ulteriori ritardi, al fine di garantire una maggiore voce e rappresentanza ai Paesi in via di sviluppo.

tratto da: (clicca qui)

2014.07.15 – L’Aspen: rivolte senza rivoluzione, non ci fanno paura

Posted by Presidenza on 15 Luglio 2014
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E’ chiaro il messaggio? Fino a che punto siamo disposti a spingerci per assicurare ai nostri figli un avvenire degno di essere vissuto ? Continuiamo a giocare (come fanno i leader indipendentisti storici) “chiedendo” quella dignità che ci spetta per diritto naturale o ce la riprendiamo ? Continuiamo con le inutili marcette di protesta e le petizioni per rivendicare i nostri diritti o ce li riprendiamo? Vogliamo realmente bene ai nostri figli e lottiamo “seriamente” per il loro futuro collaborando con MLNS oppure continuiamo a solo a frignare come un popolo senza attributi ? Siamo degni di essere chiamati uomini oppure no???

Sergio Pes (Presidente MLNS e GSP)

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Per fortuna le nostre sono proteste senza un vero progetto politico, capace di cambiare le cose e costruire un’alternativa sociale basata sulla giustizia. Lo dichiara l’Aspen Institute, influente think-tank dell’oligarchia mondiale, che in Italia annovera tra i suoi dirigenti personaggi come Enrico Letta e Giulio Tremonti. Finanziato da fondazioni come Rockefeller, Ford e Carnegie Corporation, l’Aspen lavora per «la creazione di un terreno comune di comprensione approfondita in uno scenario non ideologizzato». Originale l’ultimo studio commissionato al bulgaro Ivan Krastev, presidente del “Centro di strategie liberali” di Sofia e tipico esponente di quella “nuova classe dirigente” dell’Est europeo cresciuta a forza di commissioni internazionali, liberismo e “formazione liberale delle leadership”. Lo studio «fornisce lo sguardo dei “padroni del globo” nel trattare le rivolte degli ultimi anni», come se fossimo giunti alla fine di un’epoca fondata sui diritti.

Il bulgaro Ivan Krastev, dell’Aspen Institute

«L’unica “ideologia” che conquista cuore e menti, di fronte al feticcio meccanico del capitalismo disincantato attuale, resta tristemente la religione», scrive Dante Barontini su “Contropiano”. «Ma le rivolte nascono dalla crisi economica, dal peggioramento delle condizioni di vita, dalla confusa sensazione che “non ci sia futuro”, e tantomeno “miglioramento”». L’ideologia «arriva dopo, come “spiegazione” e promessa». Per questo «siamo arrivati, come mondo, ad un punto limite: e nessuno sa dove sia costruibile il passaggio epocale ad un altro modello di vita». All’Aspen, aggiunge Barontini, non interessa ovviamente “superare” il capitalismo: «La posizione “ideologica” è dunque saldamente conservatrice, ma questo non ha mai impedito ai padroni del mondo di guardare in faccia ai problemi reali per trovare anche ciò che serve alla conservazione». Lo sguardo di Krastev coglie momenti rilevanti, comuni a paesi lontani fra loro, per intercettare lo “spirito del tempo” e ovviamente neutralizzare la richiesta di cambianento.

Per conto dell’Aspen, il bulgaro Krastev «analizza i movimenti di rivolta come da un osservatorio satellitare, disinteressandosi dei dettagli» e andando al sodo. Dice: «Le proteste differivano, ma gli slogan erano incredibilmente simili: ai quattro angoli del globo i manifestanti si scagliavano contro la corruzione delle élite, le crescenti diseguaglianze economiche, la mancanza di solidarietà e di giustizia sociale e il disprezzo per la dignità umana». Ma aggiunge: «I manifestanti, a differenza dei loro padri rivoluzionari, non mirano a un rovesciamento violento dell’ordine costituito». La nuova generazione degli “indignados” – di Grecia e Spagna, Italia e Ucraina, Brasile e Portogallo – non ci pensa proprio a “cambiare il sistema”: «Non possiede le conoscenze di base, le categorie, la cultura per poter pensare che questo “sistema” sia rovesciabile; non è insomma in grado di immaginare un altro realistico modo di vivere». Soprattutto, aggiunge Barontini, «è ai margini del pensiero politico, non dentro».

Manifestazione di piazza

Per Krastev, «si tratta di una rivoluzione senza ideologia e senza scopi definiti: in mancanza di alternative politiche, si risolve in uno scoppio di indignazione morale». Una febbre passeggera, che non spaventa affatto il potere. Lo studioso bulgaro, continua “Contropiano”, sembra profondamente consapevole del fatto che la gestione del mondo è troppo complessa per lasciarla decidere a opinioni labili, poco consapevoli e altamente disinformate («insomma, a libere elezioni»). Ed è perfettamente a suo agio nell’affontare in modo ironico il mantra dei “social network” come mezzo d’elezione delle nuove proteste planetarie: «I nuovi movimenti si concepiscono come reti, nella convinzione che queste possano avere la meglio sulla gerarchia: l’onnipotente rete è l’arma organizzativa d’elezione, allo stesso modo in cui il piccolo ma disciplinato partito rivoluzionario era l’arma d’elezione dei comunisti».

E qui, osserva Barontini, scatta l’ironia crudele di chi è seduto in una lussuosa suite nel cielo del capitale nei confronti delle formiche formicolanti sulla superficie o nelle viscere della terra: «Uno che sa benissimo che “la rete” ha dei gestori, dei proprietari, dei sorveglianti». E lo sa ovviamente anche Krastev, che dice: «I governi hanno appreso in fretta a esercitare il controllo e la manipolazione nell’universo digitale. “Caro utente, sei stato schedato come partecipante a una massiccia turbativa dell’ordine pubblico”: questo il messaggio che i manifestanti ucraini si sono ritrovati sul cellulare a metà gennaio, nel momento esatto in cui la legislazione anti-dimostrazioni veniva approvata dal Parlamento. La stessa tecnologia che aveva portato la gente in strada l’ammoniva di tornarsene a casa». Gli attivisti di Occupy Wall Street sono stati trattati con forse più irritante sufficienza dall’establishment Usa: il pacchetto dei profili Facebook dei “sensibilizzati al movimento” è stato valutato 25 milioni di dollari. E qualche multinazionale delle vendite online o della pubblicità mirata – oltre che le agenzie di intelligence degli Stati Uniti – se l’è certamente comprato.

Occupy Wall Street

Negli Stati Uniti o in Spagna, prosegue Barontini, gli esecutivi hanno prontamente riconosciuto la legittimità delle preoccupazioni espresse dai manifestanti e hanno dato mostra di ascoltare la piazza. Le proteste non hanno inciso sulle politiche dei governi; piuttosto, hanno cambiato il modo in cui questi comunicano ciò che fanno. Chiaro, no? «Un governo furbo non spiana le proteste popolari a manganellate, ma le “rintontonisce de bucie”. O, come si dice adesso, “cambia la comunicazione”». Il quasi-conflitto di oggi è pressoché innocuo, «molto più “potabile” della guerra rivoluzionaria novecentesca». Chiarisce Krastev: «Oggi, il sistema non interessa quasi più a nessuno. La rivoluzione attuale non è fatta di lettori; gli odierni studenti radicali si preoccupano solo di come essi stessi vivono il sistema, non della sua natura e dei meccanismi che lo governano. Non pensando in termini di gruppi sociali, questi ragazzi hanno un’esperienza comune, ma mancano di un’identità collettiva», in assenza di cultura politica.

Riflettendo sulle proteste di São Paulo dell’estate scorsa, il ricercatore brasiliano Pablo Ortellado ha osservato che in tutto il Brasile i manifestanti protestavano sulla scorta di due messaggi simultanei e tra loro contraddittori: “Il governo non ci rappresenta” e “Vogliamo servizi pubblici migliori”. Era una protesta di consumatori radicali, più che di rivoluzionari utopici. Così, quando le condizioni di vita diventano intollerabili, chi oggi protesta «è portato a ritenere che ci sia una “ingiustizia” (dei ladri, una “casta”) che fa funzionare in modo distorto o inefficace un meccanismo altrimenti “buono”», sottolinea “Contropiano”. «I manifestanti sono individui esasperati: amano stare insieme e combattere insieme, ma non hanno un progetto collettivo», sostiene Krastev. «Diffidano delle istituzioni, ma non sono interessati a prendere il potere: sono una miscela tra un desiderio genuino di comunità e un incoercibile individualismo».

Indignados

I manifestanti di oggi, in fondo, si comportano come “consumatori” insoddisfatti. E così, l’arretramento politico dell’attuale società “ribelle” è tale che l’analista dell’Aspen «affonda il coltello nella piaga con autentica gioia», spiegando che «le proteste del XXI secolo somigliano, per alcuni versi, a quelle medioevali», quando le persone «non scendevano in piazza con l’ambizione di rovesciare il re o di sostituirlo con un altro a loro più gradito», ma si limitavano a manifestare «per obbligare il sovrano a fare qualcosa in loro favore, o per impedirgli di far loro del male». L’etica del rigetto può essere radicale e totale, come il rifiuto del capitalismo globale di Occupy Wall Street, oppure modesta e localistica, come le proteste contro la nuova stazione ferroviaria di Stoccarda. «Ma il principio è lo stesso: le proteste possono riuscire o fallire, ma ciò che ne definisce il profilo politico è un generalizzato “no”. Per essere gridato, questo “no” non ha più bisogno di leader o istituzioni: bastano telefonini e social network». Il potere ne ride apertamente, sapendo benissimo come aggirare e manipolare la protesta, mentre il neoliberismo totalitario dell’élite sta mandando in pensione la vecchia democrazia liberale, con elezioni ormai svuotate di senso e Stati senza più sovranità.

La protesta dei giovani

«Per molti aspetti – chiosa l’analista dell’Aspen – le odierne proteste di massa sono atti in cerca di concetti, pratica senza teoria. Sono l’espressione più plateale della convinzione diffusa che le élite non governino nell’interesse del popolo e che l’elettorato ha perso il controllo sugli eletti». Ma oltre le manifestazioni non si va mai, aggiunge Barontini: «Proteste impolitiche, strumenti organizzativi affidati alla Rete, assenza di identità collettiva e progetto politico, legami reciproci labili… Una contestazione con queste caratteristiche non ha possibilità di mettere in crisi il potere. Basta un cerino di violenza – controllato da una mente politica (posizionata nel satellite iperuranio della finanza globale, per cui conto Krastev scrive) – per “far sciogliere come neve al sole” piazze anche più di grandi di Tahrir, al di là delle buone intenzioni o dell’estrazione sociale di chi le riempie». Nessuno progetta alternative al capitalismo globalizzato. «L’unica cosa di cui abbia timore questo potere è il sempre possibile riaffacciarsi del “comunismo”, il diavolo di San Pietroburgo, il soffio liberatore degli anni ‘60 e ‘70, dal Vietnam al ‘68, dal ‘77 a L’Avana». Krastev alla fine diventa esplicito: le proteste, come le elezioni, servono a tenere il più lontano possibile la rivoluzione, la promessa di un futuro radicalmente diverso. «Il “laureato senza futuro” non è il nuovo proletario», perché «confonde “ideologia” e “visione del mondo”». E il cambiamento continua a non apparire all’orizzonte.

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