Mi sembra la dimostrazione che l’indipendenza non si può sperare di ottenerla seguendo l’iter elettorale; è necessario crearla di fatto rendendoci, prima di tutto, indipendenti sul piano economico e giuridico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La questione indipendentista catalana ha implicazioni sempre più internazionali, un intrigo che coinvolge vertici politici europei e organi giurisdizionali sovranazionali.

La Corte europea dei Diritti dell’Uomochiamata ad esprimersi sui rapporti tra il Tribunale costituzionale di Madrid e il parlamento catalano, ha respinto all’unanimità la domanda di tutela proposta da Carles Puigdemont, ex presidente della Generalitat da un anno e mezzo lontano dal suolo iberico per sfuggire a un ordine di arresto per ribellione e sedizione, da Carme Forcadell, ex presidente del parlamento catalano in carcerazione preventiva, e altri deputati regionali.

I leader della causa separatista ritenevano che l’Alta Corte di Madrid annullando – in accoglimento di un ricorso dei socialisti catalani – la seduta parlamentare del 9 ottobre 2017, convocata per la formale dichiarazione di nascita della Repubblica catalana, avesse violato i diritti politici riconosciuti dalla Convenzione universale dei diritti dell’uomo. I giudici di Strasburgo hanno invece ritenuto necessaria quella decisione di sospensione dell’adunanza parlamentare perché maturata in un contesto politico e sociale denso di tensione nel quale era da considerare prevalente l’interesse alla protezione dell’ordine pubblico. La Corte europea ha poi posto l’accento sul ruolo cardine del Tribunale costituzionale, organo che con varie sentenze si era già pronunciato sulla illegittimità del referendum sull’indipendenza, unilateralmente convocato dai partiti separatisti, e quindi sulla necessità di dare una attuazione effettiva alle decisioni dell’Alto organo interno.

Un duro colpo per la propaganda indipendentista la quale non ha mai smesso di sottolineare come in ambito europeo si sarebbe affermata quella giustizia negata in Spagna da organi centralisti e, a loro dire, faziosi.

Non è questo l’unico intreccio lungo l’asse Madrid-Barcellona-Bruxelles.

I principali leader del separatismo catalano, Carles Puigdemont e Oriol Junqueras (dal 2 novembre 2017 in carcerazione preventiva per ribellione e sedizione), sono stati eletti deputati del Parlamento europeo appena rinnovato. Tuttavia l’incertezza politica e istituzionale che imperversa in Spagna si riverbera anche sull’iter burocratico per l’assunzione della carica di parlamentare europeo, tentennamenti conditi da elementi per certi versi paradossali. La procedura infatti si completa con un atto imprescindibile: il giuramento sulla Costituzione (lo impone l’articolo 224 della legge elettorale), quindi Puigdemont, prima che a Bruxelles, dovrebbe recarsi a Madrid per l’adempimento della formalità. Ma qui sorge l’intoppo: una volta poggiato piede a Madrid l’ex president verrebbe immediatamente arrestato. Una strettoia politica, con le istituzioni comunitarie che attendono le proclamazioni validate dagli uffici di Madrid, la polizia spagnola pronta a dare esecuzione ad un ordine di arresto e il leader Puigdemont in un limbo, bloccato da una formalità che non può essere delegata. I suoi legali intanto denunciano come proprio quei passaggi burocratici imposti dalla Spagna siano contrari alle norme europee, tant’è che essi non sono richiesti negli altri paesi Ue.

Un vicolo cieco nel quale si sono insinuati i partiti unionisti (Populares, PSOE e Ciudadanos) i quali hanno chiesto al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani di sospendere la proclamazione degli eurodeputati spagnoli in attesa del completamento delle formalità da parte della Giunta elettorale di Madrid.

Non è l’unica questione aperta, in queste ore si dibatte anche sul destino politico di Junqueras, il leader di ‘Esquerra Republicana’ (ERC) non ha problemi a prestare giuramento, tuttavia una volta avvenuta la proclamazione ci si chiede se potrà godere dell’immunità e quindi partecipare alle sedute parlamentari. Molte fonti sostengono che Junqueras sarà sospeso, misura già adottata nei suoi confronti per lo scanno conseguito al parlamento nazionale.

Tasselli di un puzzle inestricabile, con la questione catalana che è la grande sfida per il leader socialista Pedro Sánchez. Ora lo è anche per l’Europa.

tratto da: (clicca qui)

Il saggista e filosofo Michel Onfray dà alle stampe un libro nel quale costruisce una teoria della dittatura appoggiandosi all’opera di George Orwell. In questo libro afferma che noi siamo entrati In un tipo di società totalitaria che distrugge la libertà, abolisce la verità e nega anche la natura.

 

Lei non esagera sostenendo che la Francia del 2019 assomiglia alla società di “1984” di Orwell?

Certamente no. E credo anche che il fatto stesso che se ne dubiti provi anche che ci siamo dentro!
La dittatura ha un passato molto lungo. Prende il suo nome da Roma dove si davano ad un uomo i pieni poteri per risolvere un problema, pieni poteri che egli restituiva poi senza colpo ferire, una volta compiuta la sua missione . La dittatura ha lasciato il mondo occidentale con l’imperatore di Mongolia Gengis Khan nei secoli XII e XIII e poi con Tamerlano, l’Emiro di Transoxiana nel secolo seguente. È poi tornata in Europa con Savonarola nel secolo XV e poi con Cromwell, Calvino, Robespierre e il suo comitato di salute pubblica, eccetera.
Ebbene, la maggior parte delle volte si pensa alla dittatura guardando ai fascismi bruni e rossi di Hitler, Stalin, Mao, Pol-Pot. La nostra incapacità di rappresentarci il fenomeno a partire da periodi lunghi ci costringe ormai a non saper pensare più l’argomento della dittatura all’infuori del nostro più recente passato. Però Hitler e Stalin non sono la misura eterna ed extra-storica della dittatura. (si legga anche: “Michel Onfray sulla via di Damasco”)

Perché Lei si è basato sull’Opera di Orwell per teorizzare la dittatura?

Faccio l’ipotesi che Orwell sia un pensatore politico al livello di Machiavelli o di De La Boétie e che “1984” permette di considerare gli aspetti di una dittatura post-nazista o post-staliniana nelle forme di cui esamino l’esistenza nella nostra epoca.
Quando ho dovuto sintetizzare il mio lavoro, ho proposto lo schema di una dittatura di tipo nuovo, che suppone un certo numero di obiettivi: distruggere la libertà; impoverire il linguaggio; abolire la verità; sopprimere la storia; negare la natura; diffondere l’odio; aspirare all’Impero.

E come si realizza tutto ciò ?

Per distruggere la libertà bisogna: assicurare una sorveglianza continua; distruggere la vita personale; sopprimere la solitudine; rallegrarsi nelle feste obbligatorie; uniformare l’opinione pubblica, e denunciare il pensiero come criminale.
Per impoverire il linguaggio bisogna: praticare un linguaggio nuovo; utilizzare un linguaggio ambiguo; distruggere alcune parole; oralizzare il linguaggio; parlare un linguaggio unico; sopprimere i classici.

Per abolire la verità bisogna: insegnare l’ideologia; strumentalizzare la stampa; propagare delle notizie false; costruire la realtà.

Per sopprimere la storia bisogna: cancellare il passato; riscrivere la storia; inventare i ricordi; distruggere i libri; industrializzare la letteratura.

Per negare la natura bisogna: distruggere il piacere di vivere; organizzare la frustrazione sessuale, igienizzare la vita., e la procreazione medicalmente assistita ( PMA).

Per diffondere l’odio bisogna: crearsi un nemico; fomentare delle guerre; psichiatrizzare il pensiero critico; realizzare l’ultimo uomo .

Per aspirare all’ Impero bisogna: formattare i bambini; gestire l’opposizione; governare con le élites; asservire le persone grazie al progresso; dissimulare il potere.

Chi potrebbe dire che non siamo in questa situazione ?

Alcuni cristiani hanno teorizzato e praticato la resistenza spirituale contro il totalitarismo come i resistenti della Rosa Bianca contro la Germania nazista. È una sorgente di ispirazione per Lei ?
Ah sì certo, eccome! Ma confrontare non è ragionare. La nostra dittatura non attacca i corpi, distrugge solo gli animi e questo è un altro modo di distruggere i corpi lasciandoli in vita…
Nel 2008 ho pubblicato un’opera teatrale con le Edizioni Galilée, “Il sogno di Eichmann”.
Vi ponevo il problema dell’obbedienza e della resistenza facendo incontrare in sogno Eichmann e Kant qualche ora prima dell’esecuzione di Eichmann. Durante il suo processo il nazista aveva detto che si era limitato ad agire kantianamente, cosa che Hannah Arendt aveva messo in discussione e rifiutato nell’opera “ Eichmann a Gerusalemme”. Io invece dimostravo che purtroppo Eichmann aveva letto molto bene Kant.
La dedica di questa opera teatrale era la seguente: “In memoria di Inge Scholl e della Rosa Bianca”.

La Sua libertà di parola sulla sinistra o anche sull’Islam infastidisce. È necessario prendersi il rischio di una presa di posizione pubblica su argomenti vietati, con il rischio di essere linciati com’è stato il caso recente di Agnès Thill (1) che si è espressa sulla procreazione assistita o di Francois Xavier Bellamy (2) che ha preso posizione sull’aborto?
Io mi prendo gioco di quello che la stampa del potere pensa di me. non è lei che misura il mio valore. Ma comunque distribuisco ugualmente le mie riflessioni a tutte le stampe meglio se d’opposizione. Nessun giornalista e neanche nessun uomo di potere potrebbe fermare la mia penna o la mia parola. Se bisogna pagare questa libertà con l’esclusione dal Servizio Pubblico senza che nessun giornalista se ne stupisca, ebbene, l’ho pagato, non è un prezzo alto! La misura del mio valore si trova nell’opinione e nel giudizio di 3 persone delle quali ormai soltanto una è vivente. Anche se io scrivo ancora sotto lo sguardo scomparso dei miei due morti. Ormai non penso, non parlo, non scrivo più che sotto lo sguardo di una sola persona – e questo è l’infinito lusso della vera libertà, ne sono ben consapevole….

La teoria di genere è il prodotto di una società totalitaria ?

È il prodotto di una società il cui obiettivo è di condurre una guerra totale alla natura per fare in modo che tutto, proprio tutto, diventi artefatto, un prodotto, un oggetto, una cosa, un artificio, un utensile, ovvero in altre parole: un valore mercantile. Nell’arco di cento anni vi è la possibilità di un capitalismo integrale nel quale si produrrà tutto e dunque tutto si comprerà e tutto si venderà. La teoria di genere è una delle prime pietre di questo carcere planetario. Essa prepara il “transumano” che è l’obiettivo finale del capitalismo. In altre parole: non la soppressione del capitale come credono i neomarxisti, ma la sua affermazione totale, definitiva, irreversibile.

Concedendo l’accesso alla procreazione assistita alle coppie di donne, la filiazione biologica sarà sostituita da una “filiazione di intenzione”. Secondo Lei questo contribuirà all’instaurarsi di una società totalitaria, come descritto nel libro “1984”?

Questo è da comprendere all’interno del processo di snaturamento e trasformazione artificiale della realtà. Si rinnega la natura, la si distrugge, la si disprezza, la si sporca, la si devasta, la si sfrutta, la si inquina, e poi la si sostituisce con qualcosa di artificiale. Per esempio con i corpi: più ormoni, più ghiandole endocrine, più testosterone, ma comunque cose che alterano l’equilibrio endocrino! Cercate di capire.. Oppure anche le iniezioni ormonali per quelli che vogliono cambiare sesso. Questo odio della natura, questa guerra di distruzione dichiarata alla natura è propedeutica al progetto “transumanista”

D’altra parte non sono mai stato padre biologico, ma grazie ad un matrimonio con la donna che è lo sguardo vigile sotto il quale ora io scrivo, a seguito dell’adozione dei suoi due figli adulti, sono diventato padre e nonno del bambino di quella che è diventata la mia figlia adulta: dunque non sono contro una “filiazione di intenzione” perché io stesso ne incarno il progetto, ma il tutto deve essere all’interno di una logica nella quale non si priva il bambino dei punti di riferimento ai quali ha diritto. Ho molto combattuto contro la metapsicologia della psicanalisi freudiana e posso dire che mi ritrovo nella battaglia di alcuni psicanalisti che si oppongono a questa scomparsa del padre, in favore sia della comparsa di un doppio padre sia di quella di una doppia madre.

L’incendio di Notre-Dame è stato un elettroshock per molta gente ma è anche stata l’occasione di riscoprire un’eredità architettonica e spirituale . Era una presa in giro per la società “nichilista” che Lei denuncia ?

Io mi sono opposto alla lettura di questo o di quell’altro che riciclavano le vecchie bestialità del pensiero magico: punizione divina, segnale inviato da Dio, avvertimento inviato ai miscredenti… Ho anche sentito dire che la mano di Dio aveva allontanato dal fuoco la famosa corona di spine del Cristo, senza riuscire a capire come mai questa stessa mano aveva potuto contemporaneamente permettere il Corto Circuito oppure l’innesco doloso!
Al contrario, ho raccontato in “Decadenza” che l’avventura della Sagrada Familia di Barcellona faceva senso: decisa e cominciata nel XIX secolo, continuata ma mai riuscita ad essere terminata nel XX secolo, comunque benedetta da un Papa che ha abdicato nel XXI secolo, e poi teatro di un attentato islamista fortunatamente sventato, era un concentrato della storia del Cristianesimo decadente . (Leggete anche: “Michel Onfray piange Notre Dame de Paris.)

Dalla finestra del mio ufficio vedo l’abbazia degli Uomini costruita da Guglielmo il Conquistatore 1000 anni fa: in una trentina di anni, ha costruito due abbazie in questa sola la città – senza parlare del castello e degli altri edifici laici… bisogna dire che la velocità del Paraclito non è più la stessa! Ma l’incendio di Notre-Dame entra in un’altra prospettiva: mentre aspettiamo le conclusioni dell’inchiesta incaricata, si tratta di un incidente nel quale Dio non ha avuto più potere che lo Spirito del Tempo.

Samuel Pruvot e Hugues Lefèvre

tratto da: (clicca qui)

 

 

 

 

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Grande iniziativa di “Acadèmia de su Sardu onlus” !

Sosteniamo il progetto scaricando il modulo, compilandolo e presentandolo alla scuola dei nostri figli i quali hanno il DIRITTO di conoscere la loro vera lingua e non quella che lo Stato colonizzatore italiano ci ha imposto.

È uno dei passi che dobbiamo necessariamente compiere per combattere il genocidio che sta subendo il nostro popolo.

La genetica della popolazione sarda aiuta a capire molto dell’origine di tante malattie.
E anche della storia delle popolazioni europee, come una vera macchina del tempo

Un’isola straordinaria, in tutti i sensi. La Sardegna è un luogo davvero unico, non solo per il paesaggio: gli abitanti sono una delle popolazioni più speciali d’Europa, perché hanno un Dna pieno di sorprese che potrebbe addirittura aiutarci a capire perché ci ammaliamo di sclerosi multipla, diabete e così via. Lo ha spiegato Francesco Cucca, direttore dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) e docente di Genetica Medica dell’Università di Sassari, durante il Festival della Scienza Medica di Bologna, raccontando anche come i sardi di oggi siano fra i popoli più “primitivi” d’Europa perché hanno un genoma rimasto pressoché intatto nelle ultime decine di migliaia di anni.

 Dna dal passato

Leggere il genoma di un sardo infatti è come salire su una macchina del tempo che ci riporti fino al neolitico, spiega Cucca: «Il Dna dei sardi è una specie di orologio molecolare che ci ha aiutato, per esempio, a datare la comparsa dell’uomo moderno fissando la sua origine duecentomila anni fa, ovvero centomila anni prima di quando si pensava fino a poco tempo fa. Abbiamo anche potuto datare l’arrivo sull’isola di popolazioni dall’Africa subsahariana, circa duemila anni fa al tempo della dominazione romana». Leggere il genoma dei sardi è insomma come sfogliare le pagine di un libro di storia, ma soprattutto come dare un’occhiata all’aspetto e alle caratteristiche degli uomini della preistoria perché l’isola, a parte pochi sporadici “ingressi”, è rimasta isolata e non ha subito invasioni come, per esempio, la Sicilia. «Il profilo genetico è rimasto immutato dal neolitico fino alle civiltà nuragiche e oltre, è quello delle popolazioni europee primitive», spiega Cucca.

 Una finestra sulle malattie

Tutto questo è interessante dal punto di vista antropologico, ma anche medico: i numerosi progetti di sequenziamento genetico di popolazioni isolate nella Sardegna, isole nell’isola, stanno dando informazioni importanti per capire per esempio le caratteristiche e lo sviluppo di alcune malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1 o la sclerosi multipla, entrambe molto più diffuse fra i sardi rispetto al resto della popolazione. Sottolinea Cucca: «La frequenza di queste malattie in Sardegna è la più alta al mondo, studiare il Dna dei sardi può aiutarci a capire perché e anche a trovare bersagli molecolari nuovi. Abbiamo visto, per esempio, che un gene conservato nel Dna dei sardi si associa all’incremento di malattie su base autoimmune come la sclerosi multipla: è lo stesso che nel topolino porta a una maggior resistenza alla malaria, per cui è possibile che nell’isola si sia mantenuto perché conferiva una protezione utile da questa malattia. In passato, quindi, favoriva la sopravvivenza ma oggi è un “fardello” che aumenta il rischio di malattie autoimmuni; averlo scoperto significa poter lavorare su un nuovo bersaglio terapeutico».

tratto da: (clicca qui)

Zelenskij non è a conoscenza delle norme del diritto internazionale che disciplinano la concessione della cittadinanza

Il 24 aprile, il Presidente della Federazione Russa [Putin] ha firmato un decreto “Sulla definizione per scopi umanitari delle categorie di persone che hanno il diritto di chiedere l’ammissione alla cittadinanza russa secondo una procedura semplificata”. Secondo questo decreto, i cittadini ucraini che risiedono permanentemente nei territori di determinati distretti delle regioni di Donetsk e Lugansk hanno il diritto di acquisire la cittadinanza della Federazione Russa senza adempiere a determinate condizioni e in tempi più rapidi.

In Occidente si sta cercando di presentare questa decisione come d’emergenza, straordinaria, ma tali azioni sono state a lungo previste dal diritto sia internazionale che russo. In particolare, tale procedura è stata per molti anni prevista dalla legge sulla cittadinanza della Federazione Russa del 2002. La parte 8 dell’articolo 14 di questa legge stabilisce che i cittadini stranieri hanno il diritto di chiedere l’ammissione alla cittadinanza della Federazione Russa in modo semplificato, se rientrano in categorie definite dal Presidente della Federazione Russa. Tali categorie sono definite dal decreto di V.V. Putin del 24 aprile 2019.

La procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa non implica la concessione automatica della cittadinanza, ma esenta i richiedenti dalla presentazione di determinati documenti e dall’adempimento di requisiti aggiuntivi. La procedura semplificata per la concessione della cittadinanza della Federazione Russa prevede anche l’esame delle domande di ammissione alla cittadinanza in un periodo non superiore a tre mesi e l’entrata in vigore della relativa decisione dalla data della sua adozione.

Mettiamo subito una cosa in chiaro: questa decisione non è stata adottata, ma solo annunciata il 24 aprile. Anche se alcuni media hanno affermato che Mosca avrebbe preso la decisione in connessione alla vittoria di Zelenskij alle elezioni, la decisione è stata presa già da tempo. Non è stata annunciata solo allo scopo di non influenzare le elezioni ucraine.

Il decreto presidenziale del 24 aprile dovrebbe essere considerato sia nel contesto della prassi a livello mondiale, sia nel contesto degli eventi accaduti dal 2014, quando un gran numero di cittadini ucraini (principalmente del Donbass) sono stati costretti a lasciare il loro Paese. Dall’aprile 2014 all’aprile 2019, solo dal Sud-Est dell’Ucraina 925mila cittadini ucraini sono entrati e sono rimasti nel territorio della Federazione Russa. In totale, sono 2,3 milioni i cittadini dell’Ucraina nel territorio della Federazione Russa. Durante questo periodo, 334 mila cittadini ucraini hanno chiesto alle autorità di concedere la cittadinanza russa.

Il decreto del Presidente della Russia del 24 aprile ha causato una reazione nervosa. La Germania, approfittando della sua presidenza nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha inserito all’ordine del giorno di una riunione d’emergenza la questione dei “passaporti russi”. Il Presidente del Consiglio ha il diritto di convocare una riunione non programmata, in caso di aggressione o altro atto di violazione della pace o di minaccia della pace. Tuttavia, in questa sede i “partner” occidentali hanno fatto semplicemente uso dei loro pieni poteri per gonfiare la “minaccia russa”. Non avevano nulla da dire alla riunione convocata del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sbraitavano a riguardo della violazione del diritto internazionale, degli Accordi di Minsk, persino della violazione della legge russa, ma tacevano silenziosamente su quali norme di quel particolare documento erano state violate in modo concreto.

In primo luogo, il diritto internazionale vigente stabilisce chiaramente, da una parte il diritto di uno Stato di decidere in merito alla regolamentazione della concessione della cittadinanza e, dall’altra, il desiderio delle persone interessate. Pertanto, l’articolo 2 della Convenzione Europea sulla cittadinanza del 1997 stabilisce chiaramente che ogni Stato ha il diritto di determinare nella propria legislazione chi sono i suoi cittadini. Nel preambolo della stessa convenzione si afferma che, sebbene gli Stati abbiano opinioni diverse sulla questione della pluralità della cittadinanza, ad essi è riconosciuto il diritto di decidere liberamente quali conseguenze derivano nel proprio diritto interno, per il fatto che un proprio cittadino acquisisce o possiede un’altra cittadinanza, e appartiene anche allo Stato stesso. La stessa convenzione afferma che in materia di cittadinanza devono essere presi in considerazione gli interessi legittimi di entrambi gli Stati e degli individui. Infine, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sancisce il diritto di ogni persona a cambiare la propria cittadinanza.

In secondo luogo, la legislazione russa, come è già stato detto, prevede espressamente la possibilità di concedere una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza.

In terzo luogo, nessuno, a quanto pare, non ha letto da molto tempo il testo degli Accordi di Minsk. Non un solo punto degli accordi concordati a Minsk non è violato dal decreto presidenziale. I rappresentanti ucraini presso l’ONU hanno dimostrato ancora una volta chi viola davvero questi accordi. Pertanto, il paragrafo 7 prevede l’accesso sicuro, la consegna, lo stoccaggio e la distribuzione dell’assistenza umanitaria a chi ne ha bisogno attraverso un meccanismo internazionale. Il paragrafo 8 include una misura che definisce le modalità del pieno ripristino delle relazioni sociali ed economiche, compresi i trasferimenti sociali, come il pagamento delle pensioni e altri pagamenti (depositi e redditi, pagamento puntuale di tutte le bollette, riscossione delle tasse all’interno del quadro giuridico dell’Ucraina). A tal fine, l’Ucraina ha dovuto riprendere il controllo di un segmento del suo sistema bancario nelle aree colpite dal conflitto; è prevista anche la possibilità della creazione di un meccanismo internazionale per facilitare i trasferimenti di denaro.

Le autorità di Kiev non solo non hanno adempiuto a una di queste condizioni, ma hanno anche aggravato la situazione. Le azioni militari contro la popolazione del loro Paese e il blocco del Donbass hanno costretto le persone a fuggire, e i restanti si sono trovati in condizioni che, tra l’altro, sono uno dei motivi legali per la qualifica di genocidio – “creazione delle condizioni destinate alla distruzione totale o parziale della popolazione”. È anche noto che queste condizioni sono state create intenzionalmente: le autorità ucraine hanno direttamente minacciato la popolazione del Donbass, accentuando le sofferenze che saranno inflitte ai bambini.

Nel suo discorso durante una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, V. Nebenzja(n.d.T. diplomatico russo e l’attuale rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite)ha mostrato in modo convincente le bugie della leadership ucraina. Affermando che la Russia “interferisce negli affari interni dell’Ucraina”, V. Yelchenko (n.d.T. rappresentante permanente dell’Ucraina presso l’ONU dal dicembre 2015) ha mentito, poiché la Russia non impone la sua cittadinanza, ma la fornisce solo in modo semplificato a coloro che chiedono la cittadinanza russa.

Inoltre, il decreto presidenziale annulla una delle principali condizioni per la concessione della cittadinanza nel modo usuale, vale a dire la necessità di rinunciare alla cittadinanza di altri Stati. I residenti del Donbass possono ricevere la cittadinanza russa, mantenendo la cittadinanza ucraina. Allo stesso tempo, non saranno individui con doppia cittadinanza, ma saranno cittadini

Al Rappresentante ucraino presso le Nazioni Unite rimaneva solamente la profusione in ringraziamenti a quei membri del Consiglio di Sicurezza che hanno condannato il “decreto illegale” e lo hanno paragonato “all’aggressione dell’URSS nel 1939” (?!). Non c’era altro da dire.

Il 27 aprile, il Presidente eletto dell’Ucraina, Zelenskij, ha affermato che le autorità russe non sarebbero in grado di “sedurre” un gran numero di ucraini con i passaporti russi. Ad esempio, “se qualcuno decide di ottenere la cittadinanza russa, lo farà per guadagnare denaro o nel tentativo di sfuggire a un procedimento penale in Ucraina”. Dichiarazioni di questo tipo suggeriscono che Zelenskij non è a conoscenza delle norme del diritto internazionale che disciplinano la concessione della cittadinanza e non e non riesce a riconoscere l’essenza del decreto presidenziale. Mi piacerebbe pensare che sia solo per ignoranza, non più di questo, e non una ripetizione della posizione del precedente governo, che definisce i suoi cittadini “terroristi”, cioè non più cittadini, ma individui fuori legge.

Il decreto presidenziale del 24 aprile è del tutto legale in termini del diritto internazionale e nazionale. Non interferisce in alcun modo negli affari interni dell’Ucraina, essendo una misura di carattere umanitario. Oggi, risolve alcuni problemi vitali che sono sorti in relazione al blocco del Donbass.

 

Alexander Mezyaev

tratto da: (clicca qui)

Questo per chi non ha ancora capito che buffonata è l’UE e cerca di ottenere l’indipendenza attraverso competizioni elettorali italiane. L’indipendenza bisogna prendersela e non metterla ai voti! E’ un nostro diritto naturale! Mettiamoci in testa una cosa: siamo in guerra! 

 

Il giurista Moavero: tocca alla politica dare risposte alle istanze catalane

 

Enzo Moavero, due volte ministro per gli Affari europei nei governi Monti e Letta è uno dei massimi esperti del diritto comunitario. Segue quanto sta accadendo a Barcellona e ragiona con «La Stampa» del domani.

I catalani hanno votato tra le violenze. E adesso?

«Vediamo immagini di tensioni notevole per una vicenda delicata. Su questioni come l’indipendenza, nella storia, si sono combattute guerre e se ne combattono ancora. In Catalogna si è creata una situazione complicata e ora è difficile fare previsioni. Quando ci sono scontri così, purtroppo si riscaldano gli animi e speriamo possano calmarsi».

L’Europa è apparsa in difficoltà. Cosa ci si aspettava da Bruxelles e cosa poteva fare?

«L’Unione europea, pur essendo un organismo molto presente nel nostro quotidiano, può agire solo dove gli Stati membri le hanno assegnato le competenze. In un caso come questo, c’è uno Stato membro che affronta una propria situazione interna, sulla quale ha l’esclusiva competenza giuridica e istituzionale; l’UE non ha nessuna competenza diretta. Anche quando nel 2012, nel Regno Unito ci fu l’accordo per il referendum sull’indipendenza della Scozia, l’UE non intervenne».

I catalani contavano di avere una sponda nei valori dell’UE.

«Questo tema può entrare nel dibattito ma in modo, per così dire, indiretto. Fra i valori fondamentali UE, ce ne sono due che possono essere pertinenti: la democrazia e lo Stato di diritto; e vanno valutati con peso analogo. Sul piano del diritto, la Corte Costituzionale spagnola reputa illegale il referendum catalano ed è quindi legittima l’opposizione del governo centrale. È poi vero che esprimere la volontà popolare con lo strumento del voto risponde ai dettami della democrazia, ma come valutarlo se avviene in un contesto d’illegalità? E’ arduo sostenere la chiara violazione dei valori UE».

Il progetto sia pur lontano di una federazione non contempla con l’Europa dei popoli un discorso sulla loro autodeterminazione?

«Sul piano politico e forse ideologico se ne può parlare. Ma su quello giuridico è diverso: l’autodeterminazione dei popoli, menzionata dalla carta dell’Onu, non appare come tale nei trattati UE. Questi non disciplinano competenze UE a tale riguardo. Del resto, negli anni, l’Europa ha convissuto con eterogenee situazioni riconducibili a istanze d’indipendenza: oltre al ricordato caso scozzese, c’è stata la tragedia dell’Irlanda del Nord, il terrorismo nei Paesi Baschi e la divisione pacifica della Cecoslovacchia».

Se la Catalogna spingesse per la secessione uscirebbe dalla UE?

«Con il referendum scozzese si discusse di questo. Visti i trattati UE, se una regione lascia lo Stato a cui appartiene e diventa indipendente, deve fare una domanda di ammissione all’UE anche se già ne faceva parte. È una lettura formalistica, ma logica. Poi, magari, l’iter di adesione potrebbe durare poco».

C’è il rischio che la Catalogna infiammi le altre braci indipendentiste sopite in Europa?

«I movimenti indipendentisti fanno parte della storia dei popoli. L’Europa non è ancora federale e per diventarlo avrà bisogno di un nuovo trattato. Anche per questo non era necessario regolamentare simili questioni. Del resto, l’UE ha competenze deboli sulla politica estera e di difesa e sulle tasse, questioni ancora appannaggio degli Stati membri. Insomma, non aspettiamoci che l’UE intervenga sempre; può farlo solo dove ha competenze specifiche. Per la tutela dei valori fondamentali avrebbe degli strumenti, ma ne va puntualmente provata la violazione grave».

E se la Catalogna lo provasse?

«L’articolo 7 del trattato UE parla di rischio evidente di violazione grave da parte di uno stato membro dei valori enunciati all’articolo 2 del trattato. Ma di nuovo: nell’articolo 2 si parla sia di democrazia e di diritti delle minoranze, sia di stato di diritto. E qui, pesa l’illegalità del referendum catalano».

Barcellona inizialmente premeva per maggiore autonomia. Non è previsto dalla UE?

«Tra i principi guida dell’azione UE, c’è la sussidiarietà; si prevede che se un obiettivo dell’Unione può essere raggiunto meglio con una azione locale è corretto agire a tale livello. Ma parliamo di atti esecutivi come avviene in Italia con regioni a statuto normale come il Piemonte e con quelle a statuto speciale come la Valle d’Aosta. La questione catalana di oggi è ben diversa. Comunque, le istituzioni europee potrebbero aiutare a calmare la situazione».

Che margini di flessibilità ha l’Europa nel mediare?

«L’Europa e gli Stati amici della Spagna possono impegnarsi per far ritrovare la serenità. È triste che nella UE, nata per la pace e per amalgamare popoli che si sono fatti la guerra fino a 70 anni fa, si riaccendano situazioni conflittuali che, anche sul piano interno o nella forma di tensioni sociali, riproducono quanto dovremmo aver oramai superato».

tratto da: (clicca qui)