2017.11.07 – Perché il movimento indipendentista catalano sta fallendo

Posted by Presidenza on 7 novembre 2017
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L’indipendenza catalana vuole sovranità da Madrid, solo per poi darla subito a Bruxelles. I catalani hanno riposto la propria fede nell’UE, commettendo un grosso errore.

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La lotta catalana per l’indipendenza non sta avvenendo nel modo giusto.

Alcuni movimenti indipendentisti hanno avuto successo nella storia, altri no. Al momento sembra che il tentativo catalano sia destinata a fallire. Forse in futuro i catalani cambieranno strategia e raggiungeranno il proprio obiettivo, ma ad oggi il movimento sembra tanto rumore per nulla.

Abbiamo quindi esaminato ciò che ha funzionato in passato e ciò che al momento chiaramente non sta funzionando.

  1. Un piano sbagliato sin dall’inizio

L’indipendenza catalana vuole sovranità da Madrid, solo per poi darla sùbito a Bruxelles. Se fosse avvenuta decenni fa, prima del trattato di Maastricht del ’92, forse non avrebbe avuto importanza. Adesso, soprattutto dopo la Brexit, l’Unione Europea ha deciso di avanzare col progetto federalista, partendo probabilmente da un ministro finanziario dell’Eurozona, come proposto da Macron. Il piano di quest’ultimo include anche un bilancio della zona euro, ed è proprio qui che il piano catalano ha ancora meno senso: i catalani ce l’hanno con Madrid anche perché non vogliono che le proprie tasse finiscano al resto della Spagna. Piacerebbe loro se invece fossero dirette ad altre regioni europee, tramite il suddetto bilancio? Molti catalani non sopportano le “austerità” imposte da Madrid, ignorando che ad ordinarle è Bruxelles. Eppure vogliono scaricare Madrid a causa delle austerità per poi unirsi a Bruxelles.

Perché lasciare un sistema politico a causa del suo inquietante centralismo solo per poi seguirne uno ancor peggiore in tal senso?

L’Unione non gradisce i referendum, soprattutto perché tende ad essere dal lato perdente. Ha perso quelli sulla “Costituzione Europea” nel 2004 nei Paesi Bassi e in Francia. La Costituzione venne poi pragmaticamente inserita nel “Trattato di Lisbona” con una serie di cambiamenti formali, ma anche quella venne respinta in un referendum, dagli irlandesi. La governance europea questa volta è riuscita ad imporre che il referendum venisse abrogato, finalmente con successo.

Gli esempi più recenti hanno visto il referendum greco sull’austerità nell’estate del 2015, dove il popolo rifiutò la “Troika”, solo per poi esser costretto ad un’umiliante resa; il referendum olandese sul trattato di associazione con l’Ucraina, che anch’esso ha visto respingere l’accordo; e la già citata Brexit. I risultati dell’UE nei referendum nella migliore delle ipotesi sono scarsi, quindi non sorprende che i suoi leader disprezzino la democrazia diretta. La Commissione Europea, tramite l’operato del suo presidente Juncker, ha infatti rifiutato di appoggiare il tentativo catalano ()El Pais 2017-10-13), temendo un’apertura del vaso di Pandora ed un’ulteriore frammentazione politica, che permetterebbe a chiunque di lasciare volontariamente i sistemi politici (compresa l’UE). La Brexit è servita da lezione.

Se lasciasse andare la Catalogna, l’UE potrebbe incorrere in rischi inutili; e così la Spagna. Come abbiamo spiegato in precedenza, l’indipendenza catalana potrebbe scatenare una seconda crisi del debito nella zona euro.

I nazionalisti catalani hanno scelto di trascurare la natura dell’attuale Unione Europea, centralista, pro-austerità ed anti-democrazia diretta. Un po’ troppe cose ignorate.

  1. Leadership inconcludente.

L’ora ex presidente catalano Puigdemont è un campione di opportunità mancate. Se mai ci fosse stata una chance di aver successo, quella era immediatamente dopo il referendum, indipendentemente dalla sua credibilità democratica, quando il morale era alto e c’era uno slancio di sostegno politico. Puigdemont si è tirato indietro. Il suo primo discorso dopo il referendum ha lasciato molti sostenitori confusi. Ha poi firmato una dichiarazione di indipendenza, per poi sospenderla poco dopo.

Immaginate i Padri Fondatori degli Stati Uniti fare lo stesso? O quelli greci dopo la guerra contro l’Impero Ottomano?

Quando Puigdemont ha finalmente deciso di andare avanti, era già troppo tardi. Aveva perso il suo appuntamento con la storia. Potrebbe non essercene un altro.

  1. Società senza armi.

I sostenitori americani del Secondo Emendamento ameranno questa parte. Non è necessariamente un endorsement, ma un’osservazione storica. Questi dicono di voler combattere contro il centralismo, proprio come i loro antenati fecero contro il Re d’Inghilterra. I catalani vogliono combattere contro il centralismo castigliano ed il re di Spagna (la Catalogna indipendente diverrebbe una repubblica).

L’ironia è che una parte considerevole dei nazionalisti catalani, all’interno del parlamento catalano, sono progressisti di centro-sinistra. Ci chiediamo quindi se i progressisti catalani ora pensino che il Secondo Emendamento americano sia ancora una “reliquia del passato” ed allo stesso modo rifiutino la necessità di una “milizia ben regolata” contro un governo oppressivo, come fanno i progressisti americani.

Guardando ai precedenti storici, perché i francesi ancora festeggiano la “Giornata della Bastiglia” come simbolo della propria rivoluzione? La fortezza non era solo una prigione, ma anche un’arsenale.

Alla Catalogna manca anche un proprio esercito, pur potendo contare su una propria forza di polizia, la “Mossos d’Esquadra”. Non abbastanza però per impedire alle forze spagnole di riprendere con facilità il controllo della situazione.

  1. Mancanza di riconoscimento internazionale e sostegno dall’estero.

Ancora una volta guardiamo agli esempi del passato: i francesi combatterono coi rivoluzionari americani contro gli inglesi; inglesi e russi coi greci nel 1821. Esempio più recente, gli USA sostennero Slovenia, Bosnia, Croazia, Kosovo e Montenegro nelle varie divisioni della Jugoslavia dominata dalla Serbia. Analogamente, gli Stati Uniti sostengono i curdi in Siria, mentre i russi hanno sostenuto i cittadini della Crimea nella loro secessione dall’Ucraina.

Nessuno ha sostenuto la Catalogna. Nessuno finora ha riconosciuto la sua indipendenza. Il sostegno straniero di solito viene da poteri interessati a destabilizzare il paese che si trova di fronte ad un movimento secessionista. Nessuno sembra interessato a destabilizzare la Spagna in questo momento.

Il sostegno estero spesso fornisce armi agli insorti per riuscire a rovesciare gli oppressori; dovesse iniziare una guerra civile in Catalogna e dovesse una potenza straniera cominciare a dare armamenti ai ribelli catalani, il governo spagnolo potrebbe essere costretto o a lasciar andare la regione o a combattere una guerra estremamente costosa. Non siamo tuttavia ancora giunti a questo punto.

I catalani hanno riposto la propria fede nell’UE, commettendo un grosso errore.

  1. La generazione “snowflake”.

Le manifestazioni di massa che agitano bandiere possono essere galvanizzanti. Possono anche essere difficili da controllare una volta in movimento. Non tutte le folle però sono uguali. Agitare bandiere non ti dà l’indipendenza. E neanche dichiararti unilateralmente indipendente. Una conditio sine qua non per un aspirante stato sovrano è la capacità di controllare e difendere il proprio territorio. La Catalogna non sembra essere in grado di farlo.

Quando si guarda alla folla dei nazionalisti catalani, ci sono parecchi giovani. Nessuno di loro ha tuttavia fatto alcun servizio militare. Questo è un problema comune nell’Europa occidentale. L’ultima generazione che ha combattuto una guerra, la Seconda Guerra Mondiale, è morta o vecchia. Da allora, il servizio militare è stato progressivamente abolito. Le nuove generazioni non sanno combattere.

Non sembrano neanche sapere cosa stiano facendo. La Costituzione spagnola vieta la secessione, per cui l’indipendenza catalana è una ribellione contro l’ordine costituzionale, e come tale viene trattata dal governo spagnolo: trattasi di rivoluzione. Quando la polizia spagnola ha reagito contro il referendum, i nazionalisti catalani hanno espresso il proprio sdegno sui social, contro una “Spagna fascista”. Il disprezzo sembrava essere condiviso da molti occidentali. Tuttavia, in ogni altra parte del mondo, ed in qualsiasi altro momento della storia, eventi di questo tipo di solito lasciano dei màrtiri, indipendentemente dal “fascismo”.

Dicendo questo non stiamo incitando alla violenza, facciamo semplicemente un’osservazione storica.

Sembra che il grande piano dei nazionalisti catalani per l’indipendenza sia “fatevi da parte mentre faccio la rivoluzione, altrimenti vi insulterò. Su Twitter. E forse farò un video su Youtube e lo condividerò coi miei amici su Facebook”. Fine.

Mentre i curdi stanno combattendo i terroristi islamici e brandendo AK-47 in Siria, i catalani stanno brandendo i propri iPhone. I primi stanno combattendo per l’indipendenza, i secondi sembrano che stiano partecipando ad un concerto pop.

I catalani si sono affidati troppo allo sdegno sui social per sostenere la loro causa, solo per scoprire che dopo pochi giorni la gente torna alla propria vita e perde interesse. Nessuno ha alzato un dito in favore della Catalogna. Neanche i catalani stessi. Forse perché la regione, nonostante alcuni problemi, è ancora ricca, per cui una guerra civile causerebbe perdite materiali più di quanto i catalani siano pronti a sopportare per il premio dell’indipendenza. Non è così che si fanno le rivoluzioni.

tratto da: (clicca qui)

“Esiste la legge spagnola, ma anche la legge internazionale, la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e altre cose. E tutto questo è al di sopra della legge di uno Stato membro”

 

 

 

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Libertà vigilata per Puigdemont. E il Belgio si schiera con la Catalogna: “Madrid ha superato i limiti, l’Ue monitori”

 

 

Lunedì, 6 novembre 2017

 

Catalogna, Belgio concede libertà condizionata a Puigdemont

Colpiti da un mandato d’arresto europeo spiccato dalla Spagna, il presidente catalano – destituito – Carles Puigdemont e quattro suoi ex ministri sono alla fine usciti liberi dall’ufficio di un giudice belga al termine di una lunga giornata di audizioni. Conformemente alle richieste della procura di Bruxelles, i cinque catalani rifugiati in Belgio da una settimana sono stati rilasciati in regime di libertà condizionata, domenica sera, nell’attesa che siano esaminati i mandati di arresto emessi a loro carico dalla Spagna.

Puigdemont non può lasciare il Belgio

Puigdemont e i suoi ex consiglieri sono stati interdetti dal lasciare il territorio belga, dovranno fornire un indirizzo fisso e dovranno “personalmente” presentarsi a ogni convocazione della magistratura e della polizia, ha precisato la procura di Bruxelles. L’avvocato di Puigdemont, che ha lasciato i locali della procura 45 minuti dopo la mezzanotte, non ha rilasciato alcun commento. 

Il procedimento può durare fino a 90 giorni

Il giudice belga incaricato di decidere sul mandato di arresto europeo per Puigdemont e i suoi quattro ex ministri ha adesso 15 giorni per convocare i componenti del governo catalano deposto davanti a un tribunale di prima istanza a Bruxelles, tribunale che deciderà sul mandato emesso dalla giustizia spagnola. Lo ha confermato in un comunicato la Procura belga. L’intero procedimento potrebbe durare fino a 90 giorni. Le decisioni dei tribunali possono essere sottoposto ad appello fino all’ultimo grado previsto dalla giustizia del Belgio. 

Catalogna, il Belgio: “Madrid ha superato i limiti”

Il vice premier belga e ministro dell’Interno, Jan Jambon, ha detto oggi in un’intervista a VTM che Madrid “è andata troppo oltre” nella sua risposta alla sfida indipendentista della Catalogna. Per Jambon, la Spagna ha messo le leggi nazionali davanti alla Convenzione dei diritti umani e ad altre leggi “che sono sopra” gli spagnoli, nella sua gestione del processo separatista catalano. “Esiste la legge spagnola, ma anche la legge internazionale, la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e altre cose. E tutto questo è al di sopra della legge di uno Stato membro”, ha detto.

Il Belgio chiede all’Ue di monitorare sul comportamento di Madrid

Jambon ha chiesto alla comunità internazionale di vigilare sulla Spagna per fare in modo che il leader catalano Carles Puigdemont riceva un trattamento legale giusto da parte di Madrid. “Mi chiedo come uno Stato membro dell’Ue possa arrivare fino a questo punto, e mi chiedo dov’è l’Europa e che opinione abbia in merito”, ha insistito. In questo senso, Jambon ha avanzato dubbi sul ruolo delle istituzioni europee. “Tutto questo accade in uno stato europeo e noto che c’è silenzio ovunque. Mi chiedo che cosa sta aspettando l’Europa. Se la stessa cosa fosse avvenuta in Polonia o in Ungheria, penso che ci sarebbero state altre reazioni”, ha commentato.

tratto da: (clicca qui)