2017.09.29 – Cosa farà la polizia catalana al referendum?

Posted by Presidenza on 29 settembre 2017
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Potrebbe seguire gli ordini della procura di Madrid e impedire il voto, oppure le indicazioni del governo della Catalogna e chiudere un occhio

Mossos d'Esquadra regional police officers patrol during a rally to commemorate those killed in the recent attacks in Barcelona, in Cambrils, Spain, Friday, Aug. 25, 2017. The Islamic State group has claimed responsibility for the attacks on Aug. 17-18 in Barcelona and Cambrils that left 15 dead and more than 120 injured. Eight suspects are dead and four more under investigation, two of them in jail. (AP Photo/Manu Fernandez)

Un agente dei Mossos d’Esquadra a Cambrils, in Catalogna, Spagna (AP Photo/Manu Fernandez)

 

Una delle cose meno chiare e allo stesso tempo più discusse del referendum sull’indipendenza della Catalogna è il comportamento che avranno i Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, il giorno del voto, cioè domenica 1 ottobre. È una questione importante, da cui probabilmente dipenderà l’esito di buona parte delle operazioni di voto: i Mossos potrebbero decidere di eseguire alla lettera gli ordini della procura di Madrid, chiudendo i seggi e impedendo alle persone di votare; oppure potrebbero seguire le indicazioni del governo catalano, che chiede loro di garantire lo svolgimento del referendum nella maniera più regolare possibile. Finora non si è capito cosa farà la polizia catalana, anche se qualcosa tra le molte dichiarazioni contraddittorie di questi ultimi giorni si può provare a ricostruire.

Chi sono i Mossos d’Esquadra e a chi rispondono 
Come ha scritto il Wall Street Journal, «la tensione tra le autorità nazionali e i Mossos è un microcosmo del duro e secolare scontro tra Madrid e la Catalogna, che negli ultimi mesi si è trasformato nella peggior crisi politica in Spagna da decenni». I Mossos furono infatti creati nel Diciottesimo secolo dall’amministrazione borbonica e nel corso del Novecento furono eliminati e poi reintrodotti dalla dittatura militare spagnola. Oggi sono uno dei quattro corpi autonomi di polizia in Spagna – anche se per funzioni e grandezza sono paragonabili solo alla polizia dei Paesi Baschi – e hanno grandi poteri, alcuni dei quali condivisi con la Polizia nazionale. Oggi in Catalogna ci sono circa 14 mila agenti dei Mossos, che fanno a capo al ministro degli Interni catalano, Joaquim Forn. Il capo dei Mossos si chiama Josep Trapero ed è diventato noto in tutto il mondo per le conferenze stampa tenute dopo gli attentati a Barcellona e Cambrils, alla fine di agosto: Trapero viene considerato molto vicino ai leader indipendentisti catalani.

Il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, e il capo dei Mossos d'Esquadra, Josep Trapero, a Barcellona l'11 settembre 2017 (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

Il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, e il capo dei Mossos d’Esquadra, Josep Trapero, a Barcellona l’11 settembre 2017 

Ufficialmente i Mossos hanno detto che seguiranno gli ordini che arrivano dalla procura di Madrid, come sono obbligati a fare per legge: nonostante rispondano al ministero degli Interni catalano, infatti, non si possono considerare completamente indipendenti dal governo centrale. Ed è qui che cominciano i problemi.

Seguire Madrid o Barcellona?
Qualche giorno fa il procuratore incaricato di impedire il referendum – considerato illegale non solo dal governo di Madrid, ma anche dal Tribunale costituzionale spagnolo – ha nominato un colonnello della Guardia civile come coordinatore delle operazioni di polizia in Catalogna prima, durante e dopo il referendum, Diego Pérez de los Cobos. In pratica ha obbligato i Mossos ad agire per ordine di un membro delle forze di sicurezza che dipendono direttamente dal governo centrale spagnolo, senza mediazioni da parte del governo catalano.

Joaquim Forn, ministro degli Interni della Catalogna, ha reagito con parole molto dure, dicendo che i Mossos «non rinunceranno mai a esercitare le loro funzioni». Il capo dei Mossos, Trapero, ha diffuso un comunicato ai suoi agenti dicendo che avrebbe eseguito gli ordini della procura di Madrid, ma ha aggiunto di non condividere che parte delle sue attività fosse ordinata e controllata «da un organo dipendente dal ministero degli Interni» spagnolo. Mercoledì il suo superiore, Pere Soler, ha aggiunto confusione alla confusione, dicendo che l’obiettivo principale delle forze di polizia, i Mossos, la Guardia civile e la Polizia nazionale, «è garantire i diritti delle persone, non impedire il loro esercizio»: una formula usata spesso per sostenere il diritto dei catalani ad andare a votare al referendum.

Il capo dei Mossos d'Esquadra, Josep Trapero, e il ministro degli Interni catalano, Joaquim Forn, durante una conferenza stampa tenuta dopo gli attentati in Catalogna, il 31 agosto 2017 (LLUIS GENE/AFP/Getty Images)

Il capo dei Mossos d’Esquadra, Josep Trapero, e il ministro degli Interni catalano, Joaquim Forn, durante una conferenza stampa tenuta dopo gli attentati in Catalogna, il 31 agosto 2017

Sempre mercoledì i Mossos hanno pubblicato dei tweet piuttosto ambigui, nei quali si diceva che gli agenti seguiranno le istruzioni del procuratore secondo i principi di «opportunità, proporzionalità e congruenza». Alcuni Mossos, ha scritto il Wall Street Journal, hanno interpretato questi tweet come segno della possibilità di «guardare dall’altra parte» durante il referendum, cioè non fermare le persone ai seggi come invece chiesto da Madrid.

Cattura

Confusione e divisioni nei Mossos

Anche all’interno dei Mossos non sembra esserci accordo su cosa fare durante il referendum. Qualche giorno fa, per esempio, il Confidencial aveva parlato di una lettera che stava circolando tra i Mossos e che era stata scritta da una frangia piuttosto radicale a favore dell’indipendenza, che chiamava “traditori” gli agenti non catalani che accettavano di seguire gli ordini della procura di Madrid. Diversi agenti si stanno chiedendo a quale potere esecutivo debbano rispondere, se al governo spagnolo o a quello catalano. Un esempio di questa ambiguità è la posizione dei Mossos per l’Indipendenza, un’organizzazione che include diverse centinaia di agenti e che è legata all’Assemblea Nazionale Catalana (ANC), gruppo che ha appoggiato il referendum. Albert Donaire, coordinatore dell’organizzazione, ha detto: «Se mi dovessero forzare a rimuovere le urne, non riuscirei a farlo. Non puoi mettere un bavaglio alle persone e costringerle a non votare».

Al di là delle divisioni interne, alcuni sindacati di polizia si sono lamentati del comportamento dei politici spagnoli e catalani, che hanno messo i loro agenti in una posizione molto difficile. Benet Salellas, deputato della Candidatura d’Unitat Popular nel Parlamento catalano (CUP, un partito di sinistra indipendentista), ha detto per esempio: «Devono disobbedire. Mettersi dalla parte della gente. In questo paese [riferendosi alla Catalogna, ndr] l’80 per cento della popolazione ha detto che vuole un referendum, che vuole votare». La disobbedienza è però considerata un reato. David Miguel, portavoce del sindacato delle Polizie della Catalogna, ha detto a BBC Mundoche le conseguenze di non eseguire un ordine preciso della procura potrebbero essere “molto gravi”, tra cui la sospensione dall’incarico e una denuncia.

Non si può dire con certezza cosa succederà domenica ai seggi, o nei giorni successivi, così come non si sa ancora quale sarà l’atteggiamento dei Mossos d’Esquadra, o se i suoi agenti si scontreranno in qualche maniera con quelli della Guardia civile o della Polizia nazionale. Il governo spagnolo sembra comunque avere solo una possibilità per portare i Mossos sotto il pieno controllo del governo di Madrid: applicando l’articolo 155 della Costituzione, che sospenderebbe l’autonomia all’intera Catalogna.

tratto da: (clicca qui)

2017.09.10 – I BRICS colpiscono di nuovo

Posted by Presidenza on 10 settembre 2017
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Una delle piattaforme chiave da cui partirà una operazione geopolitica e geoeconomica concertata comincerà dalla nuova e imminente unione doganale dei BRICS.

 

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La  dichiarazione di Xiamen, rilasciata a tutto campo dal vertice annuale dei BRICS appena conclusosi, mostra che Brasile, Russia, India, Cina e  Sudafrica,  benché debbano fare i conti con sfide politiche interne, stanno comunque rafforzando il loro gioco di gruppo: è in arrivo un grande momento.

E non saranno intimiditi e nemmeno fuorviati da quell’ordine unipolare che si sta sgretolando.

A Xiamen si è ben compreso che i  BRICS  sono tutti impegnati per “riequilibrare gli squilibri di sviluppo tra Nord e Sud”, così il Presidente cinese Xi Jinping  ha messo enfasi  sulla necessità di un ordine internazionale più giusto, facendo eco alle parole del Presidente Putin per un “mondo multipolare e giusto “ e “contro il protezionismo e le nuove barriere al commercio mondiale “.

Xi,  ospite in una Xiamen, dove era stato sindaco, travalicando il suo ruolo istituzionale, ha ribadito  “noi cinque paesi [dovremmo] giocare un ruolo più attivo nella governance globale”.

Una delle piattaforme chiave da cui partirà una operazione geopolitica e geoeconomica concertata comincerà dalla nuova e imminente unione doganale dei BRICS. Si tratta di una unione che metterà in relazione tra di loro, imprenditoria, commercio e finanza.  E questo aprirà  la strada non solo a nuovi investimenti e a nuovi affari, ma anche ad un ruolo più marcato per i fondi di sviluppo e per la New Development Bank  (NDB)  dei BRICS, che stimoleranno la partecipazione a tanti “dialoghi sud-sud”, come quelli proposti a Xiamen con Messico, Egitto, Thailandia, Guinea e Tajikistan.

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La forza della Russia, nonostante le sanzioni, dà veramente fastidio agli USA – Russian Deputy FM

I dialoghi, che inevitabilmente si evolveranno in affari e investimenti, sono al centro del  ‘BRICS Plus’, un  concetto globale, proposto lo scorso marzo dal Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, per promuovere l’espansione delle partnership e della cooperazione Sud-Sud.

Ciò significherà, in un prossimo futuro, una interpolazione ancora più complessa tra BRICS Plus e le New Silk Roads, che già convergono come la Belt and Road Initiative (BRI), la Eurasia Economic Union (EAEU) e la  Shanghai Cooperation Organization (SCO).

Tutti questi vettori  politico-economici stanno avanzando in sincronia. La SCO può focalizzarsi essenzialmente sul security, per contrastare il jihadismo o addirittura per risolvere controversie di confine, ma anche per sviluppare il fronte della cooperazione economica. India e  Pakistan sono entrati nella SCO questo anno. Iran, Afghanistan e Turchia sono paesi osservatori e presto ne diverranno membri a pieno titolo. L’Egitto e la Siria del dopoguerra vogliono entrare. La portata geopolitica della SCO sta rapidamente arrivando a livello pan-eurasiatico.

E tutto questo si riflette, per esempio, nella dichiarazione di Xiamen, che propone una pace e un processo di riconciliazione nazionale “guidata dagli afghani e in mano agli afghani”, incluso il “format delle consultazioni con Mosca”  e il “processo “Istanbul-Cuore dell’Asia”.

Ciò significa, in sostanza, che i BRICS non appoggeranno una richiesta di aumento delle truppe del Pentagono, ma un processo di pace afghano del tutto-asiatico (e non occidentale), messo in atto dalla SCO, di cui l’Afghanistan è osservatore e futuro membro a pieno diritto.

E questo percorso mostra ancora una volta graficamente come il nucleo dei BRICS è, e continuerà , ad essere quello che io chiamo RC: la partnership strategica Russia-Cina.

Triple Win!

E’ stata la RC, non per caso, che ha suggerito l’unica soluzione possibile per la situazione della penisola coreana, cioè un “double freezing”, presentata dai Ministeri degli Esteri russo e cinese all’inizio di luglio. Pyongyang deve cessare tutti i lanci di missili e le prove nucleari, mentre Washington-Seoul devono cessare  le loro mostruose esercitazioni militari.

Inutile dire che la “guerra dei partiti” a Washington, così come i generali di Trump, hanno messo il veto all’idea.

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Ma proprio così come i BRICS si sono pronunciati a Xiamen, tutto è cominciato al Eastern Economic Forum di Vladivostok e, ancora una volta, tutto ha fatto perno sull’ economia, concentrandosi su Russia, Cina, Giappone, Vietnam e, in modo cruciale, su entrambe le Coree.

C’entra sempre la RC, per i negoziati di pace, con la sua capacità diplomatica con Pyongyang e con Seoul durante il  forum internazionale.   La RC – con la Russia in prima linea – ha risolto la tragedia siriana, ma ha anche un piano di azione sia per l’Afghanistan che per la Corea del Nord, gli unipolari invece hanno solo sanzioni e bombe.

Io ho accennato da qualche altra parte certi aspetti dei BRICS,  come la tragedia politico-economica interna del Brasile di oggi, così come l’ India e il Giappone che spingono per bloccare le convergenze dei BRICS / BRI / SCO per mezzo  di un Asia-Africa Growth Corridor (AAGC)..

Ma la santa tra i santi – e non mi stancherò mai di ripeterlo – è quella che io chiamo la Triple Win- la triade del futuro: petrolio-yuan-oro. Questo è uno dei primi risultati della strategia che i BRICS hanno discusso,  a porte chiuse, al loro meglio nel decennio precedente  – quando Lula era ancora Presidente del Brasile: come bypassare il dollaro USA.

Il Presidente Putin ha parlato di  “un eccesso di predominio da parte di un numero limitato di valute di riserva” – tradotto: la  unipolarità del dollaro USA. Pechino ora  sta entrando  nel gioco con un contratto-futures per il petrolio greggio quotato in yuan e convertibile in oro sia negli scambi a Shanghai che a Hong Kong.

Questo potrebbe anche diventare il funerale per le demenziali sanzioni USA. È un imperativo categorico per l’integrazione dell’ Eurasia poter by-passare qualsiasi manifestazione di questa malattia, negoziando l’energia in yuan o nella valuta locale del paese contrattante.

In parallelo con qualcosa che la RC, con la Banca Centrale di Russia e la Banca Popolare Cinese, hanno sviluppato in questi anni -swaps rublo-yuan – che  si estenderanno ad altri membri di BRICS / BRI / SCO. Il concetto di poter negoziare nella propria valuta raggiungerà, naturalmente,  anche tutti gli aspiranti membri del “BRICS Plus”.

L’ultima dottrina-Brzezinski,  quella  della “Grande Scacchiera”– che ha impedito, in tutti i modi, l’emergere di un concorrente allo stesso livello, già da tempo, è stata dichiarata morta. Quello che vediamo invece è  che stanno emergendo, non un solo concorrente con pari dignità, ma una intera alleanza  di concorrenti alla pari (RC) e  con una valenza geo-economica che abbraccia il Sud nella sua Globalità

Basta e avanza, per qualsiasi cervello unipolare, per scegliere il nucleare.

tratto da: (clicca qui)

 

Tra giovedì e venerdì è arrivata l’approvazione a maggioranza assoluta della legge di “rottura”

 

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Ieri la Corte costituzionale spagnola ha dichiarato illegale il referendum ma nella notte il Parlamento regionale ha comunque approvato la legge di secessione: entrerà in vigore in caso di vittoria del sì

 

Barcellona non si ferma e rilancia la sua sfida a Madrid in quella che tutti considerano la crisi istituzionale più grave dalla morte del dittatore Francisco Franco nel 1975. 
Il parlamento catalano ha approvato nella notte la legge per il distacco dalla Spagna, che entrerà in vigore se il «sì» vincerà al referendum di autodeterminazione indetto per il 1° ottobre. Una consultazione dichiarata «illegale» da Madrid. 

Lo stop dei giudici

Proprio ieri la Corte costituzionale spagnola, su richiesta del governo centrale, aveva sospeso con un provvedimento d’urgenza il decreto di convocazione per il 1° ottobre del referendum sulla secessione, decretoapprovato mercoledì dalla Generalitat . La Consulta iberica aveva anche intimato ai 947 sindaci catalani che dovranno fornire i seggi di non partecipare in alcun modo all’organizzazione della consultazione, considerata illegale. 
Come chiesto dal governo spagnolo, la consulta ha avvertito personalmente il presidente e i ministri catalani, la presidenza del parlamento di Barcellona, diversi alti funzionari e i 947 sindaci dei comuni della Catalogna – che dovranno fornire i seggi – di non partecipare alla organizzazione del referendum, pena sanzioni penali.
Il procuratore generale dello Stato José Manuel Maza ha già annunciato di aver denunciato Puigdemont, i ministri catalani e la presidenza del «Parlament» per disobbedienza, abuso di potere e malversazione di danaro pubblico. Rischiano il carcere. 

Perquisizioni e sequestri

La macchina dello Stato è stata mobilitata da un Rajoy furioso e determinato (il referendum «non si farà, farò il necessario, senza rinunciare a nulla, per impedirlo», ha promesso. Il referendum era già stato dichiarato fuorilegge da precedenti sentenze della consulta. La costituzione del 1979 dichiara indivisibile il territorio dello Stato spagnolo. Il procuratore Maza ha detto anche di aver ordinato alla polizia di indagare su ogni azione «volta alla tenuta del referendum illegale». Sono iniziate perquisizioni in tipografie sospettate di produrre materiale per il voto.
La Guardia Civil spagnola ha rafforzato la propria presenza in Catalogna e la notte scorsa è stato annullato il trasferimento di 200 agenti in altre regioni. Uno dei primi obiettivi della polizia spagnola sarà cercare di trovare e sequestrare le 6mila urne che Puigdemont ha detto di avere già. 

Barcellona non si piega

Ma la pressione sempre più forte di Madrid e i moniti di Rajoy – «fermatevi prima del precipizio!» – non frenano il governo catalano. Puigdemont e il vice-president Oriol Junqueras hanno confermato che andranno avanti, pronti a uscire dalla legalità spagnola in nome della «legittimità catalana». Così nella notte tra giovedì e venerdì è arrivata l’approvazione a maggioranza assoluta della legge di «rottura. Al voto del parlamento catalano non hanno partecipato gli unionisti della minoranza, usciti dall’aula. La legge sulla Transitorietà giuridica e la fondazione della repubblica è considerata la base giuridica nella transizione verso un futuro stato indipendente catalano. 
Il braccio di ferro tra Barcellona e la capitale continua.

tratto da: (clicca qui)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2017.09.05 – Corea: situazione grave, ma non seria (e ci guadagna Kim)

Posted by Presidenza on 5 settembre 2017
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Trump appare sempre più come il leader imbelle di una nazione superpotente che non riesce a far tacere il monellaccio fastidioso…

 

Kim-Jong-un

 

Kim Jong-un

 

 

Decisamente, Kim Jong-Un non scherza. Quelle che fino a qualche mese fa sembravano delle semplici sbruffonate da bar, si stanno rivelando minacce reali e concrete. Prima Kim Jong-Un ha dimostrato di possedere razzi in grado di raggiungere gli Stati Uniti, e poi (ieri) ha fatto vedere al mondo di possedere testate all’idrogeno, che possono essere trasportate da quei razzi. Da oggi quindi, teoricamente, Kim Jong-Un potrebbe lanciare sugli Stati Uniti una o più bombe decine di volte più potenti e devastanti di quella che colpì Nagasaki nel 1945. E gli Stati Uniti hanno già ammesso che il loro sistema di difesa ha soltanto un 60% di probabilità di intercettare ed abbattere un tale missile lanciato dalla Corea del Nord. A sua volta, Donald Trump aveva fatto la voce grossa, qualche mese fa, quando diceva che qualunque atto ostile contro gli Stati Uniti sarebbe stato seguito da un “fuoco e furia mai visto fino ad oggi” contro la Corea del Nord. Ma Kim Jong-Un ha serenamente ignorato queste minacce, e anzi sembrava quasi divertirsi ogni volta che alzava la posta.

Ovviamente, Kim Jong-Un sa benissimo che gli Stati Uniti non colpiranno mai per primi la Corea del Nord. Anche gli Stati Uniti dovrebbero sapere che lo stesso Kim Jong-Un non sarebbe mai così folle da colpire per primo la nazione americana.

Quindi, teoricamente, si potrebbe andare avanti ad abbaiare all’infinito, senza che nessuno dei due cani faccia mai veramente il gesto di mordere l’altro. Ecco perché viene da dire che la situazione in Corea oggi è “grave ma non è seria”: perché in realtà siamo di fronte ad una minaccia atomica concreta ed imminente, che però nessuno dei due contendenti ha realmente intenzione di mettere in atto. Due cani che abbaiano, come dicevamo, ma solo dopo essersi assicurati di essere legato ciascuno con fermezza alla propria catena. A questo punto però ci si domanda una cosa: a chi conviene tutto questo abbaiare nella notte?

Sicuramente non a Trump, il quale appare sempre più come il leader imbelle di una nazione superpotente che non riesce a far tacere il monellaccio fastidioso. Mentre sicuramente conviene a Kim Jong-Un, il quale vede crescere ogni giorno la propria credibilità agli occhi del mondo, e alla fine della fiera sarà certamente riuscito a far riconoscere alla Corea del Nord lo status di “nazione atomica”. Insomma, un piccolo Stato di qualche milione di abitanti si sta prendendo gioco della più potente nazione del mondo, approfittando anche della palese incapacità del suo presidente di gestire la situazione di crisi. Sarà forse per questo che la Cina, zitta zitta, se la ride sotto i baffi, e non fa assolutamente nulla per fermare il piccolo dittatore coreano?